Pedro Juan Gutiérrez

Dalle foto sembra un uomo che dedica molto tempo al proprio fisico. Sul viso porta discretamente i segni di chi conosce a fondo la “buena” e la “malavida, e da ciò che scrive ne ho conferma. A diciotto anni decide di voler diventare scrittore, la cosa che più lo interessava era entrare nel mondo privilegiato della scrittura e per questo evita di avvicinarsi a gruppi di autori e di studiare letteratura: non voleva essere contaminato dalle idee degli altri, ma vivere intensamente tutto ciò che poteva per poi  poterlo raccontare. Nel 1998, a 48 anni, pubblica Trilogía sucia de La Habana. Il successo di pubblico e critica è immediato, viene tradotto, oltre che nel mondo di lingua spagnola, in Brasile, Stati Uniti, Italia, Gran Bretagna e Germania, ma quasi contemporaneamente viene licenziato dalla rivista per cui lavorava come giornalista, professione che praticava da 26 anni e per la quale è in possesso di uno specifico titolo di laurea. Si dichiara uno scrittore al quale non interessa inserire la politica nei romanzi, eppure ha subito comunque le conseguenze dell’agire politico sulla sua pelle.

Ora fa parte della Uniòn de escritores cubanos, continua a vivere nel Centro di La Habana, dove dipinge e scrive i suoi libri. La sua opera si pone come denuncia sociale delle miserie della sua città e del suo paese e può essere inscritta nell’ambito del cosiddetto realismo sporco, movimento letterario sorto negli Stati Uniti intorno agli anni settanta che aspira a ricondurre la narrazione ai suoi elementi fondamentali. Come il minimalismo, il realismo sporco è caratterizzato dalla precisione e dalla stringatezza estrema nell’uso delle parole. Gli oggetti, i personaggi, le situazioni sono descritti nel modo più conciso e superficiale possibile, i protagonisti sono esseri volgari oppure conformisti che conducono vite estremamente convenzionali. Tra il 1998 ed il 2003 ha pubblicato i cinque libri del Ciclo de Centro Habana. Due dei suoi romanzi hanno ottenuto riconoscimenti rilevanti: Animal tropical, il premio spagnolo “Alfonso García-Ramos – Novela 2000” e Carne de perro, il premio italiano “Narrativa sud del mondo 2003”.

Sulla vita a La Habana possiamo cogliere il suo pensiero in alcune interviste che ha rilasciato nel corso di questi anni, che vi riassumo in queste righe: mi piace raccontare la realtà di La Habana, che mi sembra una città formidabile, ma ad un certo punto questo ciclo ho dovuto concluderlo perché si tratta di libri eccessivamente autobiografici e molto dolorosi da scrivere. Il meticciato cubano afro-spagnolo ci aiuta a sopportare la vita in un modo meraviglioso; la sessualità, il rum e la rumba in tutti i posti e a qualunque ora: tutto ciò aiuta a vivere nonostante le difficoltà economiche di questo paese. Ho inviato esemplari dei miei libri editati in Spagna alla Biblioteca Nazionale di Cuba, sebbene non siano stati inseriti nel catalogo. Nonostante tutto non ho mai pensato di lasciare l’isola, sono consapevole che non potrei vivere in nessun altro posto al mondo.

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