Trovata l’isola che non c’è

Capitò che, mentre la mia compagna di viaggio si ritemprava per le vie di Santiago, io decisi di prendere un pullman in solitaria e percorrere i cento chilometri che mi separavano dall’Isola che non c’è: Isla Negra. In questa piccola area costiera del comune di El Quisco sorge la terza casa museo di Neruda, quella in cui trascorse gli ultimi anni della sua vita. Nel 1939, quando Neruda era ancora sposato con Delia Del Carril, stava cercando uno spazio in cui concentrarsi per scrivere Canto general. Rispose ad un annuncio su un quotidiano e trovò una piccola casa con un terreno di più di 5000 metri quadrati che sorgeva in una caletta di pescatori quasi deserta, la vista sul mare era spettacolare. Con gli anni la casa crebbe: dai 70 mq iniziali oggi la ritroviamo a più di 500; la sua idea del costruire più che ad un progetto era legata ad immagini nate dall’idea di approfittare di una luce o di una vista particolare, come di possedere oggetti, porte o finestre, che necessitano il supporto di una stanza. Ad esempio l’enorme cavallo di legno tanto anelato per il quale venne costruita una stanza apposita. Ciò rivela la grande differenza nella concezione dello spazio americano rispetto al mondo europeo, lo spazio c’è e si può manipolare ed inventare a piacimento secondo i propri gusti o esigenze: la casa non si modifica al suo interno, ma si allarga e si estende mano a mano che crescono le esigenze. Oggi sul sito sono comparse diverse villette ed oltre gli scogli del promontorio si scorgono silhouette di alti condomini. La casa non si distingue facilmente dalle altre che affacciano sul mare, per trovarla occorre domandarne l’ubicazione, non ci sono indicazioni stradali che ne segnalino la presenza: i cileni non ne hanno bisogno, tutti sanno dov’è.

L’interno è organizzato linearmente e suddiviso in compartimenti a cui si accede passando da una stanza all’altra. Gli spazi sono raccolti ed intimi. Anche qui si ritrovano frammenti raccolti nel corso dell’intera esistenza dell’artista e manufatti inusuali. La casa è costruita con materiali semplici, legno e pietra, separati da grandi finestre rettangolari che si affacciano sul Pacifico. L’acustica della camera da letto, vicina alla biblioteca, è studiata per lasciarsi cullare dal mormorio della risacca delle onde del Pacifico che s’infrangono contro le rocce più in basso. Lo studio amplifica il rumore delle  gocce di pioggia che il tetto della casa raccoglie. E’ uno spazio allo stesso tempo affascinante, semplice ed armonico: sopra i tavoli poggiano vetrerie, piatti, calici, bizzarri orci, velieri in bottiglia di ogni forma e dimensione, e poi un’enorme cannocchiale newtoniano, un autentico mappamondo del ‘700, un camino rivestito di lapislazzuli, il bagno erotico con le pareti che ospitano miniature licenziose, una sterminata collezione di conchiglie provenienti da  tutti i mari tra cui spicca un’enorme tridacna del Pacifico, simile ad un’acquasantiera, accanto ad un dente di narvalo lungo tre metri. Nello studio, tra un patrimonio di migliaia di volumi donati all’Università di Santiago, spiccano le fotografie incorniciate di Boudelaire, Majakovsky e Garcia Lorca. E poi la stanza a mio avviso più suggestiva: nel soggiorno volteggiano sospese al soffitto o appese alle pareti numerose polene di navi, di cui una appartenuta alla nave di Francis Drake. Le altre, pare, assomigliano alle fattezze delle amanti del poeta. Una lapide di marmo nero, posta nel giardino di fronte all’oceano, segnala le spoglie di Matilde Urrutia e Pablo Neruda.

L’impressione è di visitare una casa semplice e sofisticata al tempo stesso, unica. Tutti gli oggetti sono esposti in modo da creare un mondo all’interno della casa: mondo d’artista, teatrale e scenografico ed al contempo concreto ed intimo in un complesso gioco di rimandi fra interiorità ed esteriorità.

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