Cantate dal Tango

Nel 1917, con l’esibizione di Gardel il tango, come tante delle perdute o sfortunate minas protagoniste dei suoi testi, conquista ufficialmente il centro della città. Al contrario di queste, però, è destinato ad un successo duraturo e sempre crescente, ed attraverso una formidabile ascesa acquisterà una fama mondiale. La strada era stata preparata già da lungo tempo dagli inquilini del conventillo, che, stanchi delle limitazioni imposte nelle sale da ballo popolari, cominciarono a boicottarle alla ricerca di piste in cui esibire coreografie più arrischiate. Luoghi ideali risultarono i postriboli, che assicuravano una totale libertà di movimento durante la danza e minori limitazioni nell’approccio con la dama; in questi luoghi la danza, il lessico e la filosofia del tango ebbero modo di canonizzarsi. Affascinati da questa sorprendente novità anche i giovani “per bene” della società porteña furono attirati in gran numero, e con il loro arrivo si diffuse il consumo di droghe e champagne, di cui spesso si parla nei testi. Quando Gardel, cantando il tango Mi noche triste, diede inizio all’era della consacrazione, l’ambiente del tango era già una realtà ben delineata e riconoscibile; a lui si attribuisce, dunque, non tanto il merito di crearla, ma il talento nel descriverla. Adattatasi a nuovi costumi e nuovi valori, la donna di questa fase del tango, destinata nella maggior parte dei casi ad una fine misera in senso sia materiale che spirituale, risulterà pur sempre vincente, fintanto che ricopre il ruolo di personaggio femminile giovane ed appetibile; non soltanto: l’uomo dichiara o sottintende spesso di non volerla dimenticare nonostante il dolore che gli ha procurato. In altre parole, dietro la sofferenza ed il disprezzo, il rancore o la vendetta nei confronti dell’altro sesso, si nasconde una dipendenza; basti pensare ai numerosi tanghi in cui si canta la trascuratezza, la solitudine che subisce l’uomo dopo esser stato abbandonato, compreso lo stesso Mi noche triste:

De noche cuando me acuesto no puedo cerrar la puerta porque dejandola abierta me hago ilusión que volvés. Cuando voy a mi cotorro y lo veo desarreglado todo triste, abandonado me da gana de llorar y me paso largo rato campaneando tu retrato pa poderme consolar. (Mi noche triste, 1917, testo  P. Contursi , musica  S. Castriota)

La donna cantata è spesso di umili origini, vive nei sobborghi, nei conventillos, a volte con il suo uomo ed altre volte con la madre, altro personaggio chiave per la comprensione di questo microcosmo, e per miseria o affascinata dal lusso, dalla vita splendente che promettono, decide di iniziare a frequentare i cabaret del centro; fra champagne, danze e  bacanes, si perde dandosi alla prostituzione e dimenticando i suoi affetti sinceri. Attorno a questa fabula si vanno ad intrecciare numerosi altri temi ed elementi simbolici: la dialettica del trionfo-sconfitta, la percezione dello scorrere del tempo, il piano dell’illusione di contro a quello della realtà,  nonché la problematica dell’irrisolvibile coesistenza di elementi tradizionali e modernità.

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