Cimarronaje. Apporto femminile

In alcune società africane matrilineari e matrifocali, traslate forzosamente in America, la donna ricopriva un ruolo importante nello spazio comunitario e familiare, in quanto responsabile delle relazioni sociali tra gli individui. Sebbene schiave, le donne conservarono questa posizione in quanto furono in grado di mantenere e creare vincoli di parentela e di relazione che andarono ad incidere sulla nuova sfera sociale.

La cultura degli schiavi, differente da quella dominante, generò norme di comportamento proprie, ispirate alla tradizione africana o create per dare un senso alla vita all’interno della condizione di schiavitù. La donna africana ricoprì molteplici ruoli: di madre putativa o naturale di figli bianchi, di madre (ed al bisogno anche di padre) per i propri figli, procreati in condizioni forzose con la finalità di aumentare il capitale di schiavi a disposizione dei padroni. Allo stesso tempo la schiava africana stabilì contatti con mulatti, bianchi, neri ed indios, trasformandosi in un importante agente di vincolo culturale permanente fra tutti gli strati sociali dell’epoca, recependo, trasformando e diffondendo la cultura spirituale e materiale afroamericana. Coloro che resistettero alla schiavitù rifugiandosi sulle montagne ed in zone di difficile accesso contribuirono alla costituzione di palenques, quilombos, mocambos e ladeiras, ovvero territori indipendenti con forme proprie di autogoverno. Da questi luoghi, organizzati anche militarmente, agirono per fare pressione e ridonare libertà agli schiavi delle haciendas vicine, affrontando l’esercito coloniale e destabilizzando il sistema schiavistico in difesa della propria libertà.

Talvolta si tende a credere che il popolo nero fosse carente di un progetto identitario complessivo e che si sottomise volontariamente alla schiavitù. Il Cimarronaje dimostra che questa convinzione nasconde una interpretazione forzata della realtà storica, in quanto venne a delinearsi come una delle principali forme di resistenza contro l’ingiustizia della privazione della libertà. La resistenza entra in campo fin dal momento in cui le schiave e gli schiavi vengono trasportati via mare: molti preferirono darsi la morte lanciandosi dalle navi piuttosto che essere sottomessi, altri rifiutarono di nutrirsi,  le donne ricorsero all’aborto volontario. Ciò dimostra che, nonostante le divisioni, non venne mai meno la naturale pulsione umana volta a conseguire la libertà, l’autonomia e terre proprie da coltivare per autosostentarsi. Nei grandi movimenti di insurrezione il popolo nero rivelò le sue qualità di organizzazione collettiva ed il suo impeto nel combattere con la missione di riaffermare la dignità collettiva e individuale dei suoi membri. 

             Manucha Algarín rappresenta una figura emblematica della resistenza alla schiavitù. Fuggì assieme a Guillermo Rivas da Capaya, in Venezuela, e fondò uno spazio libero denominato Cumbe de Ocoyte che tale si mantenne dal 1768 al 1771, anno in cui vennero assassinati dalle truppe coloniali spagnole. Manucha costruì la sua casa con il suo compagno, ebbero dei figli liberi, coltivarono la terra. Nel momento della battaglia contro le truppe spagnole difese i suoi figli, venne catturata e portata a Caracas dove fu interrogata e sottoposta a tortura finché morì. Il suo fu un atto di Cimarronaje frontale, ovvero netto, combattivo e definitivo esattamente come quello maschile. Ultimamente alcune studiose stanno indagando delle altre forme di resistenza e si va delineando la definizione di Cimarronaje doméstico che definisce le azioni di resistenza, nascoste o palesi, intraprese dalle schiave che lavoravano nella casa padronale. La schiava che lavorava all’interno della casa del padrone lottava per imporre le sue regole ed incidere in alcune scelte di sua pertinenza, come ad esempio convincere il padrone della necessità di rimanere lontano dalle fatiche imposte dalla piantagione, oppure mettendo da parte il capitale necessario per comprare la libertà propria e della sua famiglia.

Un discorso a parte merita il mito di  Ma’ Dolores Iznaga, la schiava cubana di origine gangá, guaritrice e rivoluzionaria, che nella seconda metà dell’ottocento venne condannata a morte, e poi miracolosamente graziata, in quanto accusata di nascondere nella sua baracca nei pressi di Cabarnao i ribelli feriti curandoli con saliva, acqua di pozza e preghiere. Su questa donna, che doveva il cognome al suo ex padrone, Don Pedro Iznaga, esistono a Cuba numerosi aneddoti, che insistono in particolare sulla sua misteriosa sparizione. Il luogo in cui sorgeva la sua capanna divenne meta di pellegrinaggio: la gente il venerdì santo si recava a Trinidad con candele e anfore per prendere acqua, molti vi si immergevano vestiti e le rivolgevano preghiere. Altri prendevano pietre dal fondo per benedire le loro case e lasciavano candele nelle rocce. I malati venivano in processione per godere degli effetti dell’acqua miracolosa. I pesci della pozza erano sacri e intoccabili: nessuno poteva pescarli.  Si racconta che Ma’ Dolores sia apparsa in varie occasioni nei pressi del sito, soprattutto durante le ricorrenze del venerdì santo. Numerosi aneddoti e diverse varianti di questo mito sono stati raccolti dallo studioso Samuel Feijóo.

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