Vértigo Galería

Nell’ottobre 2009 nasce nella Colonia Roma a Città del Messico Vértigo Galería, di cui ho già parlato a proposito della mostra Tzompantli grafico, con l’obiettivo di offrire una carrellata di espressioni artistiche che hanno poca visibilità nelle gallerie d’arte convenzionali; in particolare la struttura lavora per rendere visibili le nuove tendenze all’interno della cultura popolare contemporanea, attraverso l’offerta di due sale di esposizione che ospitano opere di disegno, illustrazione, arte low brow, pop surrealista e Tiki Art. esiste poi uno spazio per laboratori, proiezioni cinematografiche e video, showcases e presentazione di dischi selezionati della scena indipendente. Vértigo ospita infine uno shop di dischi, libri, fumetti, videogiochi, giochi ed altri articoli innovativi. I protagonisti di questa operazione sono due giovani coniugi: l’illustratore Jorge Alderete e Clarisa Moura. Clarisa nasce a La Plata, in Argentina. Da 13 anni vive in Messico e lavora come disegnatrice nel campo della comunicazione visiva ed in particolar modo nel campo editoriale. Si occupa della direzione artistica di riviste quali Complot, Chilango, Live Ultimate, e da qualche anno si dedica anche all’illustrazione di libri. Una “inquietudine costante” la spinge a creare progetti e spazi culturali: dapprima lo spazio Mural Terraza del centro culturale di Spagna, poi lo shop-galleria Kong ed infine Vértigo Galería. Ho realizzato un’intervista a distanza per approfondire la conoscenza di questa interessante e multisfaccettata artista, nonché importante promotrice culturale:
1) Da dove nasce l’idea di trasferirti a città del Messico per aprire uno spazio culturale- galleria d’arte? Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato e resistenze da parte dell’ambiente?
Quando è nata l’idea di venire a Città del Messico eravamo in un momento diverso delle nostre vite,  l’idea era di crescere nelle nostre rispettive professioni (mio marito Jorge [link] nell’illustrazione ed io nel disegno editoriale), credo che non esistesse nelle nostre teste ciò che abbiamo costruito, credo che il progetto sia maturato molti anni dopo, sicuramente avevamo esperienze di progetti collettivi sviluppati in Argentina: fanzine, mostre di illustrazione ma molto meno ambiziosi in comparazione a ciò che oggi possiamo fare nella galleria. Di certo ci portavamo dietro l’esperienza di vivere in un paese quasi sempre in crisi e questo stimola progetti autogestiti “per forza di cose”… Dal momento che non avendo spazi o appoggi, l’unica opzione è farseli da soli, una grande scuola… Qui in Messico non è stato molto diverso, quando ci siamo resi conto che non esistevano spazi o progetti come quello che immaginavamo l’unica alternativa possibile era crearne uno.
Credo che il problema principale con questo tipo di progetti sia che non esistono appoggi statali di nessun genere, motivo per cui l’iter è molto faticoso e molti restano sulla carta, è molto difficile vivere di questo senza facilitazioni fiscali o di altro tipo.. Diventi il grande generatore di tutte le risorse, e con risorse intendo proprio tutto ciò che è necessario affinché un progetto più o meno in piedi funzioni. Per lo meno se comparato con alcuni progetti, soprattutto europei che conosco, in cui esistono sovvenzioni che ti permettono di pagare affitti o stipendi… Qui no, se lo vuoi fare è un tuo problema.. dal punto di vista della tassazione sei un’impresa come qualsiasi altra, in alcuni casi si rimane strozzati oppure molto limitati, costretti ad “uscire” dal sistema per poter andare avanti. Ho subito anche forme di maschilismo, in un progetto artistico precedente che comprendeva altri soci, mi sorprese veramente parecchio… Adesso vedo come lentamente le cose iniziano a cambiare, naturalmente non sono più socia di queste persone. Ora faccio più attenzione, all’inizio credo che la misoginia fosse qualcosa di inconcepibile per me, continuo a crederlo ma mi sono resa conto che per le altre persone non è automaticamente così, quindi mantengo la guardia alta nei confronti di una serie di comportamenti e non li lascio passare. Ora siamo una coppia, da una parte reputo necessario difendere il mio spazio con maggiore intensità, visto che le persone tendono a pensare che tu sei quella “che è li in appoggio”… da un po’ di tempo sia io che Jorge abbiamo iniziato a sottolineare che in realtà quella che sta dietro quasi tutto sono io, e che il personale è composto in maggioranza da donne.

3. Quali sono, se ci sono, gli obiettivi della tua attività, i movimenti culturali di riferimento e le ispirazioni estetiche?

Sinceramente non ho punti di rifermento precisi, ritengo particolarmente stimolanti tutti i progetti che nascono in forma autogestita: cooperative, movimenti indipendenti etc. Ammiro molto la capacità creativa di tante persone che creano progetti monumentali o piccolissime fanzine: l’illustrazione quando è d’autore, il disegno, l’arte contemporanea sviluppata in esempi concreti e puntuali, le intersezioni di vari linguaggi come illustrazione, musica cinema. Sono decisamente autodidatta, empirica, viscerale. A volte le idee nascono, si modificano mentre i giorni passano, quando conosci gente, quando il tuo intorno si trasforma. In America Latina quello che è oggi, domani può non essere più, questo ti obbliga a muoverti costantemente. Gli obiettivi sono in continua mutazione, oggi pensiamo ad una mostra, a qualche progetto che stiamo sviluppando e a metà dell’anno escono fuori altre cose nuove che lo modificano. In effetti uno dei nostri obiettivi è riuscire a pianificare con maggiore precisione.. ahahah.. Organizzarci meglio, calendarizzare, non lavorare a breve distanza ma generare i meccanismi che ci permettano di offrire proposte più ambiziose e garantirci in qualche modo la sopravvivenza del progetto. Essere più strategici mantenendo il nostro spirito. Forse anche la possibilità di portare a compimento alcuni progetti a cui stiamo pensando come esterni allo spazio di Vertigo: espandere, irradiare e creare le reti che consentano ai progetti di diventare itineranti o abitare direttamente altri spazi.

5. Quali sono stati i progetti più interessanti che avete seguito durante questi due anni di apertura della Galleria Vertigo?

Dififcile dirlo… credo che quello di Piñatarama [link] sia stato importante perché ci ha consentito di uscire dal nostro spazio e portare la nostra proposta al Museo de Arte Moderno de México [link] ed ora anche al Museo del Niño [link]. Spazi molto dissimili ma molto adatti ad arricchire di senso il progetto. Credo che le mostre collettive siano molto impegnative, come l’ultima: Tzompantli Gráfico [link], a cui hanno partecipato 70 artisti, 50 nella galleria e 20 al Museo Nacional de Culturas Populares [link]. E’ una grande opportunità per noi poter dare visibilità al lavoro di tanta gente, non soltanto dentro Vertigo, ma anche in spazi che non si erano mai aperti a queste proposte.
Nel caso delle mostre personali ognuna ha una particolarità, una storia, un grado di soddisfazione che la rende unica rispetto a tutte le altre.

6. Quali sono i vostri obiettivi per il futuro? Credete di aprire altre galleria in altri luoghi?

Magari! Questo di Vertigo è già un lavoro enorme. Abbiamo il sogno di portare Vértigo in Argentina, generare ponti fra i nostri due paesi. Ma per ora resta solo un sogno. Abbiamo anche l’idea di iniziare a pubblicare piccoli libri d’artista, di convertire Vértigo anche in una piccola casa editrice è una grande tentazione. Nell’immediato vogliamo gestire al meglio i nostri progetti culturali, sappiamo di doverci mettere molto impegno ed energia nel prossimo futuro, poi si vedrà cosa succede.
8. Come credi che debba alimentarsi l’arte? Attraverso mecenatismo pubblico, privato? Oppure sei dell’idea  che l’opera d’arte deve essere considerata un prodotto? Altre soluzioni?

Penso che, almeno spazi come il nostro, debbano potersi alimentare di quello che c’è, sempre che questo non significhi smorzare o modificare i lineamenti che ogni spazio ed artista si è proposto. Intento complesso e difficile da mantenere dal momento che molte volte gli appoggi arrivano corredati di “condizioni”. L’arte dovrebbe da un lato essere più democratica ed includente e on questa premessa lasciare che ogni artista, galleria, spazio possa presentare o offrire quello che desidera. D’altro canto non ritengo l’arte un prodotto in se stessa, lo diventa a volte, come conseguenza della necessità concreta di un artista e/o galleria di vivere di questo… Infondo la possibilità di finanziare o promuovere artisti o mostre è implicita nella vendita, cosa che non mi sembra di per se negativa, non vedo perché qualcuno non debba vendere ciò che crea, molte volte anche se lo vuole non ci riesce. Il fatto è che spesso questa “pressione” di mercato fa si che gli artisti, come le gallerie, non possano realmente rilassarsi. E’ un tema  complesso, per lo meno da queste parti, senza appoggi, finanziamenti, senza borse di studio o mecenatismo. La vendita resta l’opzione più concreta che abbiamo per continuare ad esistere; naturalmente continuiamo a pensare ed agire come se non fosse l’unica, ma si tratta di un tema complesso e delicato che ci fa discutere in continuazione.

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