Eccentrica scoperta

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 Un po’ in sordina una casa editrice salernitana sta proponendo traduzioni insperate di validi autori latinoamericani da noi poco noti. Si tratta delle Edizioni Arcoiris con la collana Gli eccentrici, presentata recentemente nella bibliolibreria della Fiera Più Libri Più Liberi a Roma.

Segnalo un titolo che mi è parso molto avvincente dalla presentazione: il romanzo breve o racconto lungo Istantanee d’inquietudine di Norberto Luis Romero.

Intendo invece soffermarmi sull’affascinante operazione effettuata con l’Antologia Bagliori estremi. Microfinzioni argentine contemporanee curata da Anna Boccuti, ricercatrice all’università di Torino. Il libro offre una panoramica su un genere letterario che in Argentina sta avendo particolare seguito: la microfinzione – miniracconto, microracconto o come lo si vuole chiamare – è un racconto brevissimo, che in poche righe mescola o condensa sentenze, prosa poetica, aforismi, narrativa ed altro ancora e che si chiude in molti casi con un finale che lascia disorientato e impressionato il lettore. Molte le eredità ricevute dal genere, al punto che non lo si può dichiarare totalmente nuovo, ma le comunicazioni brevi tipiche dei social network e del web hanno dato impulso a quello che era sempre rimasto un esperimento più o meno isolato di alcuni autori, noti per essersi cimentati con altri tipi di scritture. Le microfinzioni dialogano spesso e volentieri con altri testi, un rimando intertestuale, una risposta che scaturisce dall’esigenza di brevità e genera un ampliamento dei significati del testo. Si può giocare a scovare i rimandi nella sezione dell’antologia intitolata Alla ricerca delle sorgenti.

Questi brevi scritti hanno frequentemente l’ambizione di portare per pochi momenti chi legge in mondi lontani o surreali; spesso leggendo ho avuto la sensazione di trovarmi davanti paesaggi tipici di certi quadri di Dalì e De Chirico, spazi ampi, rarefatti e bizzarri intrisi di contenuti e rimandi filosofici. Mi riferisco alla sezione intitolata Città, labirinti e altre geografie ad esempio, oppure a Linee di Maria Rosa Lojo o a Ciò che permane di Rosalba Campra.

Si respirano in altri punti tempi mitici in cui personaggi del passato remoto agiscono al di la del clichè, rivelando nuovi finali di storie note a tutti, è il caso di Questione di nomi di David Lagmanovich o di Divine metamorfosi di Patricia Calvelo; in altri ancora i protagonisti dei mondi di fiaba appaiono diversi da come impone la tradizione, si veda Tango del lupo di Eugenio Mandrini, oppure vi è uno spostamento spaziale ed una appropriazione entro i confini geografici latinoamericani di storie fondative dell’Europa, come in Immigrazione di Mario Goloboff, o ancora evocazioni del mondo del circo come metafora della natura umana.

Riscrittura, soggetti abbozzati per un racconto o per un film, piccole riflessioni rinchiuse in un diario segreto, esternazione di punti di vista, piccoli sfoghi, versi poetici, confessioni, questo è quello che appaiono di volta in volta queste opere. Testi aperti e incompiuti per principio, che hanno l’ardire di creare sensi inediti ed incuriosire il lettore; lo lasciano sospeso dentro una suggestione che dura poche righe per poi liberarlo ed abbandonarlo nel proprio labirinto mentale. Come avrete capito questo libro mi appare seducente e pericoloso come un libro di incantesimi: non si sa mai a quali esiti possa portare una di queste piccole microfinzioni, una diversa per ognuno e diverso l’effetto su ogni lettore.

Chi è Stato?

Pochi giorni fa la Casetta Rossa della Garbatella a Roma ha ospitato una singolare presentazione del libro di Emilio Barbarani dal titolo Chi ha ucciso Lumi Videla? Con la partecipazione, intensa e cordiale di Erri De Luca. E’ stato un incontro denso, doloroso e piacevole allo stesso tempo, in cui abbiamo potuto riflettere con una giusta distanza e con maggiore lucidità sugli anni in cui il mondo era diviso in due, ma, oltre ad essere diviso fra est ed ovest era anche in gioco fra testa e croce, capitalismo e socialismo reale, piatto come una moneta. In questo quadro qualsiasi angolo remoto poteva diventare strategico… così si è espresso Erri De Luca per introdurre il tema del libro, un fatto meno noto di quello di Enrico Calamai presso l’Ambasciata italiana di Buenos Aires, ma altrettanto importante.

Il luogo in cui si svolgono i fatti di questa autobiografia scritta come un romanzo è l’Ambasciata italiana di Santiago del Cile. Un giovane Barbarani, funzionario del Consolato generale d’Italia a Buenos Aires, viene trasferito d’urgenza all’Ambasciata a Santiago del Cile in cui risiede un unico Diplomatico: l’ambasciatore Tomaso de Vergottini, non accreditato, assistito dal personale dipendente, la cui metà non parla e non collabora con l’altra metà per motivi politici: “pinochetisti” contro “antipinochetisti”. Com’è noto, in quel momento per cercare di salvarsi la vita migliaia di persone affollano le ambasciate estere. Poi, progressivamente i golpisti consolidano il loro potere e le ambasciate cominciano a non accoglierli, tutte tranne quella italiana. L’Italia non ha mai riconosciuto il governo capeggiato da Augusto Pinochet, quindi i diplomatici non potevano essere accreditati, l’ambasciata risulta addirittura chiusa, nonostante ciò fino al 1975 continuerà ad accogliere i richiedenti asilo.

Nella notte tra il 4 e il 5 novembre 1974, il corpo di una donna di 24 anni viene scaricato nel giardino della villa di Miguel Claro, in cui sono già rifugiate centinaia di persone in fuga dal regime. Sono trascorsi circa 14 mesi dal Golpe militare di Pinochet. La donna viene riconosciuta: è il corpo senza vita di Lumi Videla, dirigente del Mir. Pochi giorni dopo i giornali come El Mercurio si affrettano ad aderire alla versione ufficiale che dell’accaduto danno i militari: durante un’orgia a cui partecipavano i richiedenti asilo all’interno dell’Ambasciata, Lumi è stata portata alla morte. Una tesi sfatata subito dall’assenza della stessa dalle liste dei richiedenti asilo.

In un clima inquietante fatto di spie, armi, amori e delatori continua il racconto di Barbarani, che curiosamente non ha avuto grande eco in Cile, qualcuno dice perché un tal colonnello “K” non ha mai ricevuto condanne e vive indisturbato a Santiago. Tuttora. Come nulla fosse…

Una stessa notte

L’argentino Leopoldo Brizuela vince il premio Alfaguara 2012. Su 785 manoscritti pervenuti l’ha spuntata il suo romanzo dal titolo Una misma noche, che racconta di una strana irruzione militare che si ripete nella stessa casa prima nel 1976, periodo della dittatura dunque non così infrequente, poi nel 2010. Leonardo Diego Bazán, il personaggio alter ego dello scrittore, presenzia a questi due inquietanti avvenimenti e decide di iniziare un’indagine per scoprire se ci sono connessioni fra le due vicende. Leopoldo Brizuela è nato a La Plata nel 1963, è già un autore e traduttore affermato in patria. La giuria ha voluto sottolineare “Lo stile mirabilmente contenuto dell’autore che, con economia espressiva, riesce a creare un testo perturbante ed ipnotico. Il romanzo tratta l’essenza del male e la corresponsabilità di ognuno nei casi di violenza ed ingiustizia”. L’autore a questo proposito dichiara: “Non cambierà la Storia del mio paese, ma almeno può far cambiare chi lo scrive e chi lo legge”.

Mostra virtuale: i libri di Cortàzar

Inaugurata una piccola ma stuzzicante mostra virtuale dall’Istituto Cervantes. Si tratta della biblioteca privata di Julio Cortàzar, quattromila volumi della casa di Rue Martel che la vedova Aurora Bernàrdez ha donato alla Fondazione Juan March. Il progetto della mostra è stato curato da Jesùs Marchamalo, che domani si intratterrà in una “tertulia” con Gianrico Carofiglio nella Galleria Cervantes di Piazza Navona a Roma. Sono presenti le varie edizioni dei libri dell’autore in diverse lingue ed una serie curiosa di libri rari, d’arte ed edizioni antiche. I libri risultano molto spesso annotati dall’autore: dediche, puntigliose osservazioni, ironiche correzioni ad errori di stampa che rivelano il carattere ironico e meticoloso del grande scrittore. Ma a mio avviso la parte più interessante è la ricostruzione della storia di una strana edizione illustrata che non fu mai distribuita e per diverso tempo è stata ritenuta perduta: El tango de la vuelta.

 

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Messico da favola

Il libro Frida e Diego. una favola messicana di Fabian Negrin sullo scaffale risalta subito all’occhio: formato grande, colori sgargianti, tratti marcati… quello che non ci si aspetta è la piega che prende la storia. Frida Kahlo e Diego Rivera bambini si avventurano insieme nel paese degli scheletri, dopo aver litigato a causa dell’abbraccio di Diego a Rosa Spinosa, i loro caratteri ed il temperamento si distinguono già da questi fantasiosi dialoghi infantili. Un modo divertente per introdurre ai bambini dai 4 anni in su l’arte e la vita di questi due importanti artisti messicani. 

Fabian Negrin è nato in Argentina, si è laureato in Messico e vive in Italia. Ha illustrato e scritto molte storie interessanti per bambini, ma non solo, collabora frequentemente con la casa editrice Orecchioacerbo.

La vita richiede coraggio

Fra tre giorni uscirà in Brasile il libro del giornalista Ricardo Amaral edito dalla casa editrice Primeira Pessoa ed intitolato Dilma. A vida quer é coragem. Si tratta di una specie di biografia che raccoglie aneddoti ed aspetti intimi ed inconsueti della Rousseff  senza però scadere nel gossip guardone che tanto è amato dai lettori di rotocalchi italici. Un aspetto molto interessante è che questa ricerca ha consentito di reperire una foto inedita degli anni in cui Dilma era una guerrigliera (1970). Ventiduenne, capello corto, davanti ai generali che la interrogano sfoggia uno sguardo fiero, forse appena un po’ stanco, ma assolutamente privo di paura. Per contro i generali hanno tutti e due le mani davanti agli occhi, quasi un gesto di pudore e sfiducia: sembrano matematicamente certi che l’interrogatorio non andrà nella direzione che vorrebbero. In quell’epocala Rousseff era in contatto con l’elite del movimento studentesco di Belo Horizonte, vicina ad organizzazioni rivoluzionarie quali il Polop, di cui fece parte, ed i gruppi di lotta armata. A quanto pare non ha mai ucciso nessuno, ma partecipò ad azioni di sabotaggio e “furto” per foraggiare il movimento.

Lula la scelse nel 2008 come sua candidata alla successione senza dirglielo esplicitamente e senza consultarla, nel periodo in cui la sua popolarità era all’80% e lei era quanto meno poco conosciuta. All’inizio del 2009 Dilma riunisce la sua famiglia in un ristorantino italiano del Bairro da Tristeza di Porto Alegre per confermare al suo secondo marito ed a sua figlia Paula la sua candidatura. Il marito osserva che dovrà confrontarsi con uno degli uomini politici più navigati del paese, José Serra, ma lei risponde con fermezza “Chi entra in campagna elettorale con un fardello sulle spalle è il mio avversario, non io”. Dopo pochi mesi si ritroverà nello stesso ristorante e con gli stessi commensali ad annunciare la sua malattia, un linfoma: era necessario avvisare al più presto Lula, per capire se fosse stato il caso di cambiare candidato, ma Lula fece sapere che non ne aveva nessuna intenzione, era sicuro che ne sarebbe uscita per il meglio. Nonostante i sondaggi nettamente favorevoli, Dilma dovette confrontarsi con un nuovo colpo di scena, l’emorragia di voti portati via a sorpresa dalla candidata Marina Serra, ma nonostante questo riuscì nell’intento di farsi eleggere. Qualche mese dopo pronunciò un pacato ma fermo discorso di apertura alle nazioni unite (prima donna al mondo) che personalmente credo resterà nella storia, in quanto segna decisamente un cambio di rotta negli equilibri di forza fra paesi del nord e del sud del mondo in ascesa economica. Il resto è cronaca di ogni giorno, non faccio fatica a credere che i brasiliani abbiano cotanta fiducia nella loro Presidente.

Memorie di un’infamia

Donna e giornalista: in Messico significa per lo meno partire svantaggiata…Lydia Cacho nasce a Città del Messico nel 1963, ed oltretutto è femminista ed attivista per i diritti umani. Insomma rischia la vita da un po’. In particolare dal 2005, anno in cui pubblica Lo demonios del Eden, raccontando la storia di Jean Succar Kuri, noto imprenditore proprietario di alberghi accusato di far parte di un giro di pedopornografia e prostituzione minorile insieme a importanti personaggi politici e uomini dai torbidi affari. Vero e proprio giornalismo d’inchiesta in trincea, come da noi non si usa quasi più: Lydia viene citata per diffamazione e arrestata illegalmente da un gruppo di poliziotti, ricordo che quelli messicani sono considerati i più corrotti del mondo, picchiata e rinchiusa nel carcere di Puebla. Il suo ultimo libro, appena pubblicato in Italia da Fandango si intitola Memorie di un’infamia e narra di quanto ha vissuto in prima persona in quel periodo, in un paese in cui i giornalisti sono presi di mira, minacciati ed assassinati a decine ogni anno. Nonostante i consigli dello United Nations Human Rights Council, la Cacho non si è allontanata dal Messico. Vive sotto scorta e continua ad investigare e denunciare.  Martedi 13 dicembre alle ore 18.30 presso lo spazio espositivo di piazza Navona avremo l’opportunità di poterla conoscere grazie alle iniziative dell’Istituto Cervantes di Roma correlate alla mostra Testigos del olvido. In quell’occasione Lydia Cacho presenterà il suo libro  uscito in lingua spagnola nel 2008.

Un’intervista

Altre informazioni

LOS DIAS MAS FELICES

Segnalo l’uscita del libro di Rodrigo Hasbún, a mio avviso uno dei più interessanti giovani talenti selezionati dalla Rivista Granta en español, purtroppo non sono ancora riuscita a procurarmelo…ma qualcuno molto più autorevole di me lo ritiene un libro importante:

« No es un buen escritor. Es uno de los grandes.»

Jonathan Safran Foer

«Rodrigo Hasbún: recuerden este nombre.»

Edmundo Paz Soldán

MOMENTO INTRINSECO E ARBITRARIO

Sempre più spesso mi stupisco nel constatare quante profonde connessioni esistano fra Fisica, Letteratura e Filosofia e soprattutto quanto si stiano sempre di più interlacciando nella contemporaneità. Forse semplicemente perché dietro tutto questo ci siamo noi, gli esseri umani che ostinatamente cercano risposte e si nutrono di misteri.

La recente e casuale scoperta nei laboratori del Gran Sasso ha riportato in tutto il mondo alla ribalta il neutrino, quello di Majorana, quello che ha una massa. Ora sappiamo che con tutta probabilità raggiunge velocità superiori a quella della luce. Lo scorso aprile il caso della “scomparsa misteriosa e unica di Majorana” (F. Battiato – Mesopotamia) è stato riaperto dalla Procura di Roma, a 73 anni di distanza.

Nel 2006 il fisico ucraino Olaf Zaslavskii propose un’ipotesi suggestiva sulla scomparsa di Majorana. Il fisico avrebbe organizzato una “sparizione quantistica”, secondo principi di casualità e di probabilità, escludendo le certezze.  Lo scienziato è sia vivo che morto, dipende dall’osservatore, come il famoso gatto di Schrödinger: suicidato, fuggito all’estero, rapito, monaco in un convento, collaborazionista. L’ipotesi trae spunto dalla meccanica quantistica secondo cui le particelle del mondo subatomico hanno una doppia essenza: possono comportarsi come onde o come particelle. In questo ambito regna il principio di indeterminazione di Heisenberg, una legge fisica secondo la quale non è possibile seguire il destino di una singola particella ma, solo in termini statistici, di un numero consistente di esse. Secondo il fisico ucraino Majorana, profondo conoscitore di Pirandello, avrebbe messo in scena un “dramma quantistico” attribuendosi contemporaneamente il ruolo di protagonista e di spettatore.

Il fisico (o metafisico?) siciliano è stato di recente riconosciuto in una fotografia del 1950 accanto ad Adolf Eichmann, uno dei peggiori criminali di guerra nazisti. I due si trovano sul ponte del piroscafo Giovanna C., partito da Genova con destinazione Buenos Aires.  L’immagine, che era stata pubblicata da Simon Wiesenthal nel libro Giustizia, non vendetta, è stata analizzata accuratamente dalla scientifica, che ha rilevato numerosissime convergenze con una foto del giovane Majorana. Wiesenthal non era riuscito a dare un nome al personaggio con gli occhiali da sole vicino ad Eichmann, la distanza fra i due è abbastanza ravvicinata, ma non è detto che si conoscano. Si deve comunque considerare che Majorana, alcuni anni prima di scomparire, a Lipsia conobbe il fisico Werner Heisemberg, notoriamente simpatizzante del nazionalsocialismo,che aveva esercitato su di lui un grandissimo fascino.

A quanto pare, dopo aver rinnovato il passaporto e ritirato diverse mensilità di stipendio, Majorana fugge in Argentina, e vive a Buenos Aires senza cambiare identità. La “pista argentina” del caso Majorana prende avvio nel ’78 da un articolo di Giulio Gullace pubblicato sul settimanale Oggi, tre anni dopo l’uscita del libro di Sciascia dal titolo La scomparsa di Majorana. L’articolo riportava la testimonianza del professor Carlos Rivera, dell’Istituto di fisica dell’università cattolica di Santiago del Cile, che raccontava di aver conosciuto a Buenos Aires una donna il cui figlio, laureando in ingegneria, sosteneva di essere amico dell’italiano Ettore Majorana, che aveva lavorato con Fermi ed aveva lasciato l’Italia proprio in seguito a contrasti con lui. Il professor Rivera però non riesce a incontrare questa persona che dice di essere il fisico scomparso perché il giorno dopo parte per l’Europa. Dopo quattro anni torna a Buenos Aires, ma trova la porta di casa della madre dell’ingegnere sprangata; i vicini lo avvisano che i due sono “scomparsi”, probabilmente vittime della polizia peronista. Nel 1960 il professor Rivera è di nuovo a Buenos Aires, all’Hotel Continental. Mentre prende appunti su un tovagliolo di carta un cameriere incuriosito gli dice di conoscere un altro cliente che ha l’abitudine di scrivere formule su pezzi di carta: si chiama Ettore Majorana ed è un fisico molto importante fuggito dall’Italia, a volte passa a prendere un caffè in Hotel.

Nel 1974, a Taormina, Blanca de Mora, vedova dello scrittore guatemalteco Miguel Angel Asturias, stupisce tutti raccontando «Ma come vi ponete ancora dei problemi su Ettore Majorana? A Buenos Aires lo conoscevamo in tanti: fino a che vi ho vissuto, lo incontravo a volte in casa delle sorelle Manzoni, discendenti del grande romanziere».
Purtroppo Eleonora Cometta-Manzoni, matematica e amica di Majorana, all’epoca era già morta. Il fisico e biografo di Majorana, Erasmo Recami nel 1980 riesce a contattare la sorella Lilò Cometta Manzoni de Herrera, professoressa di lettere a Caracas, che però dice di non ricordare un Majorana tra le conoscenze di Eleonora, ma non era molto interessata alle sue frequentazioni nel mondo scientifico.  Ci sono altri indizi della presenza di Majorana in Argentina, ma non verificabili. Si sollevano anche dubbi sulla testimonianza di Rivera.

Ma sono stati i dieci punti «coincidenti» e una «compatibilità ereditaria» a convincere i magistrati romani a riaprire l’inchiesta sulla scomparsa di Majorana. Una foto scattata in Venezuela nel 1955 ha riaperto la pista sudamericana. Nel 2008 un uomo telefona alla trasmissione Chi l’ha visto? affermando di averlo frequentato, ma a lui si presentò come signor Bini e dichiara: <<Nell’aprile del 1955 partii per Caracas, poi andai a Valencia con un mio amico siciliano, che mi presentò un certo Bini. Ho collegato Bini e Majorana grazie al signor Carlo, un argentino. Mi disse: “Ma lo sai chi è quello? Quello è uno scienziato. Quello ha una capoccia grande che tu neanche ti immagini. Quello è il signor Majorana”. Si erano conosciuti in Argentina. Era di media altezza, con i capelli bianchi, pochi e ondulati. Era timido, preferiva stare in silenzio. Poteva avere sui 50 – 55 anni. Parlava romano ma si vedeva che non era romano. Si vedeva anche che era una persona colta. Sembrava un principe. Io certe volte gli dicevo: “Ma che cavolo campi a fa. Ti vedo sempre triste”. Lui diceva che lavorava, andavamo a mangiare, poi stava 10-15 giorni senza farsi sentire. Aveva una macchina gialla una Studebacker. Pagava solo la benzina, altrimenti sembrava che non avesse mai una lira. Ogni tanto gli dicevo: “Ci tieni tanto alla tua macchina e c’hai tutta sta carta”. Erano fogli con numeri e virgole, sbarramenti. Lui non voleva mai farsi fotografare e siccome dovevo prestargli 150 bolivar gli ho fatto una specie di ricatto, in cambio gli ho chiesto di farsi fare una foto con me per mandarla alla mia famiglia. Era più basso di me. Quando ho trovato la foto ho deciso di parlare, sennò era inutile che dicevo che avevo conosciuto Majorana>>. Il Ris ha confermato che «Dalle sovrapposizioni sono emerse similitudini somatiche compatibili con la trasmissione ereditaria padre-figlio». Sarà molto difficile, ma i magistrati ritengono che valga comunque la pena nel 2011 tentare ricerche in Venezuela ed Argentina, per individuare la tomba del Signor Bini- Majorana. Se lo guardiamo dall’Italia Ettore Majorana è scomparso misteriosamente 73 anni fa, probabilmente è morto. Dall’Argentina, invece, ha vissuto una vita tranquilla ed in relativo incognito almeno fino alla fine degli anni ’50. Se lo guardiamo dal libro di Wiesenthal potrebbe sembrarci un pericoloso collaborazionista dei nazisti, soprattutto per via delle sue conoscenze. Ma guardato attraverso le lettere scritte di suo pugno e riportate nel libro del fisico João Magueijo sembrerebbe alquanto improbabile. Siamo effettivamente precipitati in un intrigo quantistico, squisito dal punto di vista letterario, probabilmente architettato dallo stesso protagonista. Chissà se a Borges è mai capitato di incontrare un tano che scriveva formule ovunque ed amava Pirandello?

EL RUIDO DE LAS COSAS AL CAER

Un nuovo romanzo, la storia di una amicizia frustrata e di una generazione piena di ideali e strozzata dalla paura che assiste impotente alla nascita del narcotraffico. Una ricerca sulle tracce del passato di un uomo e dell’intera Colombia. Una Bogotà che diventa territorio letterario, mappa di segni e di rimandi. Antonio Yammara apre la narrazione ricordando la “exótica fuga y posterior caza de un hipopótamo, último vestigio del imposible zoológico con el que Pablo Escobar exhibía su poder”. In una sala da biliardo Antonio conosce Ricardo Laverde, un aviatore che per età potrebbe essere suo padre e che si è fatto 20 anni in carcere, un uomo che prima doveva essere “un altro uomo”.  Uno stile narrativo piano ma non scontato, vale la pena sforzarsi di leggerlo in spagnolo. Il libro, scritto da Juan Gabriel Vásquez (Bogotá, 1973), ha ricevuto il prestigioso Premio Alfaguara de Novela 2011. Un assaggio si può trovare qui. In Italia lo potete comprare alla libreria Spagnola di Roma.

TANGO DI SABATO

Un solido intellettuale del novecento, un faro. No, non è Gino Paoli. E’ Ernesto Sábato, morto neanche due mesi fa alla rispettabilissima età di 99 anni. Nel lontano 1938 aveva vinto un Dottorato in Fisica all’Universidad Nacional de La Plata, ma nel 1943 scelse di abbandonare la scienza per dedicarsi completamente alla letteratura ed alla pittura. Il suo Sobre héroes y tumbas (1961) è considerato uno dei migliori romanzi argentini del XX secolo, e lo è.

Fu anche intimamente legato al mondo del Tango, che seppe interpretare e decifrare nella sua complessità con sconfinamenti e continui giochi di rimandi alla letteratura. Pubblicò nel 1963 il saggio Tango, discusión y clave in cui narrava, analizzava e definiva la trascendenza ed il risentimento presenti nel Tango: la drammaticità del bandoneón, strumento sentimentale, le oscure radici della danza, il mondo del compadrito, l’evoluzione musicale e le differenze fra Guardia Vieja e Guardia Nueva. Interessante la suddivisione in 5 parti denominate “Hibridaje”, “Sexo”, “Descontento”, “Bandoneón” e “Metafísica”, in cui l’autore con maestria si avventura all’interno dell’immaginario porteño sviscerando motivi e caratteri, delineando i tratti essenziali del paese:

el desajuste, la nostalgia, la tristeza, la frustración, la dramaticidad, el descontento, el rencor y la problematicidad”.

Sábato dedicò il libro a Borges:

“Yo quisiera convidarlo con estas páginas que se me han ocurrido sobre el tango. Y mucho me gustaría que no le disgustasen. Créamelo”

Il saggio consta di una seconda parte “Antología de informaciones y opiniones sobre el tango y su mundo”, scritta da Di Paula, Lagos e Pizzini su supervisione dell’autore.

In “Hibridaje” l’autore sostiene che l’ibridazione, la mescolanza di culture o transculturazione, oltre ad essere inevitabile è sempre feconda. Afferma poi che il tango non è una semplice danza lasciva, anzi al contrario, e spiega:

la creación artística es un acto casi invariablemente antagónico, un acto de fuga, de rebeldía

In “Descontento”, Sabato ritrae un’impietosa figura dell’argentino partendo dall’idea che il tango è un pensamiento triste que se baila. Con “Metafísica” descrive un male appunto metafisico che l’argentino vive a causa del profondo senso di transitorietà che connota la sua identità e di cui si libera catarticamente attraverso i testi del tango:

“la preocupación metafísica constituye la materia de nuestra mejor literatura”.

Un libro interessante, profondo, illuminante: uno sguardo sull’idiosincrasia dell’argentino attraverso il tango.

pocos países en el mundo debe de haber en que el sentimiento de nostalgia sea tan reiterado: en los primeros españoles, porque añoraban su patria, lejana; luego en los indios, porque añoraban su libertad perdida y su propio sentido de la existencia; más tarde en los gauchos desplazados por la civilización gringa, exilados en su propia tierra, melancólicamente rememorando la edad de oro de su salvaje independencia; en los viejos patriarcas criollos, porque sentían que aquel hermoso tiempo de la generosidad y de la cortesía se convertía en el materialismo y mezquino territorio del arribismo y de la mentira”.

E poi:

 “los inmigrantes, porque extrañaban su viejo terruño europeo, sus costumbres milenarias, sus navidades de nieve junto al fuego, las viejas leyendas de sus lares”. Da “La tristeza de los argentinos” in Gaceta Literaria, n. 12 (enero – febrero 1958).

   Sábato non si limitò a proporre teorie sul tango, fu anche grande amico di artisti del calibro di Anibal Troilo e Astor Piazzolla. Nel 1963 appare l’album Tango contemporáneo di Piazzolla che include il pezzo “Introducción a Héroes y Tumbas”. Su impulso del produttore discografico Ben Molar, nel 1966 esce il disco “14 con el tango”. Un progetto originale che univa importanti compositori di tango, pittori e scrittori contemporanei, fra cui lo stesso Sábato, Jorge Luis Borges, Leopoldo Marechal, Manuel Mujica Láinez, Julio De Caro, Astor Piazzolla, Aníbal Troilo, Onofrio Pacenza, Leopoldo Presas. Il disco ebbe un successo clamoroso e Sábato ci regalò “Alejandra”, un tango che in un ennesimo gioco di autorimandi intertestuali cita Sobre héroes y tumbas, su musiche di Aníbal Troilo. Ecco la prima meravigliosa quartina:

He vuelto a aquel banco del Parque Lezama.
Lo mismo que entonces se oye en la noche
la sorda sirena de un barco lejano.
Mis ojos nublados te buscan en vano.

 

RECUERDO DE LA MUERTE

25 anni fa moriva Jorge Luis Borges. In un remainders di Torino mi sono da poco imbattuta in una piacevole scoperta: Sette conversazioni con Borges di Fernando Sorrentino, un libro con copyright del ’96 uscito in Italia con Mondadori nel ’99.  L’allora giovane scrittore Sorrentino ha avuto il piacere di conversare con Borges tra il 1968 ed il 1969 in una stanza appartata della Biblioteca nacional, che si poteva raggiungere solo “aprendo alte porte” e salendo “inaspettate scale a chiocciola”. I temi delle conversazioni sono naturalmente letterari, ma anche politici e psicologici: aneddoti e ricordi autobiografici che sconfinano nell’imprecisione e nella fantasia, creando una realtà parallela impercettibilmente scostata dal vero per il lettore contemporaneo. L’aspetto a mio avviso più interessante del libro sta nel punto di vista meta letterario, vi si trovano le idee che il Borges di allora aveva su Roberto Arlt, Leopoldo Lugones, il Tango, una visione del suo rapporto con Bioy Casares ed una infinità di altri personaggi argentini del ‘900.

Il libro risulta allettante per gli appassionati di Borges e di letteratura argentina ma anche per sorprendenti analogie politiche con la realtà italiana contemporanea, che trae profondi spunti dal Peronismo:

 

F. S.: Secondo lei come può nascere nel cervello di qualcuno l’idea di diventare un Dittatore?

J. L. Borges: La verità è che mi sembra un’idea puerile, non è vero? Credo che l’idea di comandare ed essere ubbidito corrisponda più alla mente di un bambino che a quella di un uomo. Non credo che i dittatori in generale siano persone molto intelligenti. Anche il fanatismo  può portare a questo. Il caso di Cromwell, per esempio: ritengo che lui come puritano e calvinista, credesse di avere qualche diritto. Ma nel caso di altri dittatori più recenti, non credo siano stati spinti dal fanatismo. Credo piuttosto che a spingerli fosse un’ansia istrionica, un desiderio di essere applauditi, di essere obbediti e forse la semplice voglia puerile di pubblicità, che è una voglia che non capisco.

 

So che è banale ma Borges resta il mio scrittore preferito di sempre, non ritengo validi tutti i suoi giudizi e le sue prese di posizione, eppure resta immenso, multi sfaccettato, umile e divino, forse perché concordo in pieno con la sua idea di fruizione della letteratura:

 

…giudico la letteratura in modo edonistico. Vale a dire, giudico la letteratura secondo il piacere o l’emozione che mi dà. J. L. B.