La vita richiede coraggio

Fra tre giorni uscirà in Brasile il libro del giornalista Ricardo Amaral edito dalla casa editrice Primeira Pessoa ed intitolato Dilma. A vida quer é coragem. Si tratta di una specie di biografia che raccoglie aneddoti ed aspetti intimi ed inconsueti della Rousseff  senza però scadere nel gossip guardone che tanto è amato dai lettori di rotocalchi italici. Un aspetto molto interessante è che questa ricerca ha consentito di reperire una foto inedita degli anni in cui Dilma era una guerrigliera (1970). Ventiduenne, capello corto, davanti ai generali che la interrogano sfoggia uno sguardo fiero, forse appena un po’ stanco, ma assolutamente privo di paura. Per contro i generali hanno tutti e due le mani davanti agli occhi, quasi un gesto di pudore e sfiducia: sembrano matematicamente certi che l’interrogatorio non andrà nella direzione che vorrebbero. In quell’epocala Rousseff era in contatto con l’elite del movimento studentesco di Belo Horizonte, vicina ad organizzazioni rivoluzionarie quali il Polop, di cui fece parte, ed i gruppi di lotta armata. A quanto pare non ha mai ucciso nessuno, ma partecipò ad azioni di sabotaggio e “furto” per foraggiare il movimento.

Lula la scelse nel 2008 come sua candidata alla successione senza dirglielo esplicitamente e senza consultarla, nel periodo in cui la sua popolarità era all’80% e lei era quanto meno poco conosciuta. All’inizio del 2009 Dilma riunisce la sua famiglia in un ristorantino italiano del Bairro da Tristeza di Porto Alegre per confermare al suo secondo marito ed a sua figlia Paula la sua candidatura. Il marito osserva che dovrà confrontarsi con uno degli uomini politici più navigati del paese, José Serra, ma lei risponde con fermezza “Chi entra in campagna elettorale con un fardello sulle spalle è il mio avversario, non io”. Dopo pochi mesi si ritroverà nello stesso ristorante e con gli stessi commensali ad annunciare la sua malattia, un linfoma: era necessario avvisare al più presto Lula, per capire se fosse stato il caso di cambiare candidato, ma Lula fece sapere che non ne aveva nessuna intenzione, era sicuro che ne sarebbe uscita per il meglio. Nonostante i sondaggi nettamente favorevoli, Dilma dovette confrontarsi con un nuovo colpo di scena, l’emorragia di voti portati via a sorpresa dalla candidata Marina Serra, ma nonostante questo riuscì nell’intento di farsi eleggere. Qualche mese dopo pronunciò un pacato ma fermo discorso di apertura alle nazioni unite (prima donna al mondo) che personalmente credo resterà nella storia, in quanto segna decisamente un cambio di rotta negli equilibri di forza fra paesi del nord e del sud del mondo in ascesa economica. Il resto è cronaca di ogni giorno, non faccio fatica a credere che i brasiliani abbiano cotanta fiducia nella loro Presidente.

Una “extracomunitaria” per fare l’Italia

Non saprei dare torti e ragioni. Non ho abbastanza elementi per parteggiare con cognizione di causa per l’una o l’atra fazione. Resta solo che tutte hanno combattuto giocandosi il tutto per tutto, mescolando gli ideali a condizioni e sentimenti personali. Il risultato di questo conflitto è un posto chiamato Italia. Brigantesse, combattenti, coraggiose donne contro corrente: tra loro la più nota Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, conosciuta come Anita (Laguna, Brasile 30 agosto 1821- Mandriole di Ravenna, Italia 4 agosto 1849). Quel che credo sia più importante ora è ricordare le loro storie, farle emergere dall’oblio, per questo saluto con piacere le riprese della miniserie Rai che andrà in onda in autunno su Anita Garibaldi,  interpretata da Valeria Solarino e Giorgio Pasotti con la regia di Claudio Bonivento incentrata sui dieci anni della relazione tra Garibaldi e Anita, dal 1839 data dell’incontro della coppia in Brasile in cui lei aveva 18 anni e lui 32, alla sua morte nelle paludi del ravennate durante i moti del ‘48.

Anita, un monumento di Mario Rutelli del ’32 al Gianicolo la ricorda al galoppo, con un figlio in braccio ed una pistola nella mano, sotto ora sono custodite le sue ceneri. L’unica donna profondamente amata da Garibaldi, giovanissima si legò a lui, condividendo fino alla fine una vita avventurosa e complicata, fatta di stenti e sacrifici, ma anche e soprattutto di ideali e battaglie per terra e per mare, dall’America all’Italia.

Brasiliana figlia di un mandriano, in famiglia era chiamata Aninha, diminutivo di Ana in portoghese. Fu Garibaldi ad attribuirle il diminutivo spagnolo di Anita, con il quale è universalmente nota. Dopo che la famiglia si fu trasferita a Laguna, nel 1834, in pochi mesi morirono il padre e tre fratelli maschi. Il trasferimento sembra si fosse reso necessario per allontanarsi dalle minacce di vendetta di un carrettiere di Morrinhos, luogo in cui vivevano, il quale, avendo importunato Anita con “modi poco rispettosi”, si era visto sfilare il sigaro di bocca dalla ragazzina che glielo spense sul viso. Il 30 agosto 1835, a 14 anni, Anita diventa moglie di un calzolaio, Manuel Duarte de Aguiar, nella cittadina di Laguna, lo attesta un atto di matrimonio ancora esistente ed una testimonianza dello stesso Garibaldi nelle sue “Memorie“. Nel luglio del 1839 incontra Garibaldi a Laguna, da quel momento, dopo aver abbandonato il marito, Anita sarà la donna di Garibaldi, la madre dei suoi figli e compagna di tutte le sue battaglie. Combatterà sempre al pari degli uomini. All’inizio del 1840, nella battaglia di Curitibanos, cade prigioniera delle truppe imperiali brasiliane. Il comandante, molto colpito dal temperamento della ragazza, le concede di cercare il cadavere del marito sul campo di battaglia. Anita, approfittando della distrazione delle guardie, ruba un cavallo e fugge. Si ricongiunge con Garibaldi a Vacaria, nel Rio Grande Do Sul. Il 16 settembre 1840 nasce il loro primo figlio al quale danno il nome di Menotti, in onore del patriota Ciro Menotti. Dodici giorni dopo il parto, Anita sfugge nuovamente alle truppe imperiali che avevano circondato la sua casa uccidendo gli uomini lasciati a guardia da Garibaldi. Con il neonato in braccio, esce da una finestra ed a cavallo fugge nella foresta. E’ questo il momento leggendario immortalato dalla statua equestre sul Gianicolo. Rimane nascosta nella selva per quattro giorni, senza viveri e con il figlio al petto viene ritrovata dal compagno. Nel 1841, essendo divenuta caotica la situazione militare della rivoluzione brasiliana, Garibaldi e Anita si trasferiscono a Montevideo, vi rimarranno sette anni durante i quali l’uomo manterrà la famiglia impartendo lezioni di francese e di matematica. Nel 1842 i due si sposano. Stando alle sue “Memorie“, Garibaldi dovette dichiarare formalmente di avere notizia certa della morte del precedente marito di Anita. Negli anni successivi nascono i figli: Rosita (1843) morta a 2 anni, Teresita (1845) e Ricciotti (1847), quarto e ultimo figlio. Nel 1848, alla notizia delle prime rivoluzioni europee, Anita con i figli si imbarca per Nizza dove viene ospitata dalla suocera, il marito la raggiungerà qualche mese più tardi.  Il 9 febbraio 1849 presenzia a Roma alla proclamazione della Repubblica Romana. Gli eserciti francese e austriaco attaccano la città eterna per ripristinare il potere papale, ma i garibaldini danno vita ad una eroica resistenza, respingendo gli assalti quartiere per quartiere per molti giorni. La superiorità di uomini e mezzi a disposizione delle forze avversarie è comunque schiacciante e dopo l’ultimo scontro sostenuto nella zona del Gianicolo, Garibaldi e i suoi sono costretti alla fuga.

Dopo la resa di Roma  Garibaldi ed Anita assieme ai compagni, compiono un disperato viaggio verso Venezia che ancora resisteva agli Austriaci con la speranza di  trasferire l’insurrezione nell’Italia centrale ma, inseguiti da truppe francesi, pontificie ed austriache, nel luglio del 1849  ripiegarono verso la Repubblica di San Marino, poi infine nel ravennate. Anita è incinta di sei mesi, ha contratto la malaria perniciosa, viene portata presso la fattoria del patriota Guiccioli:

“Nel posare la mia donna in letto, mi sembrò di scoprire sul suo volto, la fisionomia della morte. Le presi il polzo…più non batteva! Avevo davanti a me la madre de’ miei figli, ch’io tanto amava! Cadavere!…” Giuseppe Garibaldi, Memorie, [Milano] : Kaos, 2006

Garibaldi è costretto a riprendere la fuga. Piegato dalla sconfitta e dai rimorsi si salverà e si trasferirà in Perù per poi acquistare metà dell’isola di Caprera e finirvi i suoi giorni.

Il cadavere di Anita, rinvenuto il 10 agosto del ’49 dalla polizia papalina, rivelò segni evidenti di strangolamento, come recita il rapporto del delegato della polizia di Ravenna, il conte Alberto Lovatelli, al legato pontificio:

“Fu osservato avere gli occhi sporgenti e metà della lingua sporgente tra i denti, nonché la trachea rotta e un segno circolare intorno al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento”. Secondo alcune ricostruzioni storiche Garibaldi avrebbe affidato la sua sepoltura ai fattori Ravaglia, che gli avevano dato rifugio. La malaria perniciosa nello stadio finale può provocare morte apparente: è possibile che Anita rinvenne poco prima della sepoltura e per paura i fattori la strangolarono temendo l’arrivo della polizia che inseguiva Garibaldi.

http://www.capannogaribaldi.ra.it/trafila/index_trafila.htm

Il Museo vivo: persone che fanno un Museo

Nella città di São Paulo esiste un museo speciale: il Museu da Pessoa (Museo della Persona), che raccoglie storie di gente comune con l’intento di valorizzarle e diffonderle nella società al fine di rendere la Storia del mondo più equa e rappresentativa di tutti i segmenti della società. I principi cardine che si trovano dietro questo progetto sono molteplici. Per prima cosa si parte dal presupposto che se ogni vita ha valore deve far parte della memoria sociale. Ascoltare l’altro è essenziale per rispettarlo e comprenderlo come pari, inoltre si riconosce ad ogni persona un ruolo come agente di trasformazione della Storia. Il Museo si prefigge l’obiettivo di integrare gli individui e i distinti gruppi sociali al fine di rompere l’isolamento ed implementare processi fondamentali per mutare le relazioni sociali, politiche ed economiche, ovvero costruire una rete internazionale di storie di vita capace di contribuire ad un positivo mutamento sociale. Il Museo nasce nel 1991, in tempi in cui la Rete non era ancora diffusa, ma già venne progettato come museo “virtuale”, ovvero consisteva in una raccolta di storie di vita organizzata su base digitale (Banche dati, CD Rom etc.) al fine di creare un nuovo spazio in cui, chiunque volesse, potesse avere l’opportunità di preservare la propria storia. Attualmente il Museo è formato da quattro nuclei territoriali autonomi: Brasile, Canada, Stati Uniti e Portogallo; quello brasiliano è stato il primo e fin dall’inizio nacque con l’obiettivo di trovare modalità per autofinanziarsi e poter vivere e crescere autonomamente. A questo scopo il museo realizza numerosi progetti educativi, di memoria istituzionale e sviluppo locale basati su una metodologia di Storia orale i quali, oltre a far nascere nuovi prodotti come elaborati, pubblicazioni o audiovisivi, aggiungono nuove storie alla collezione museale. Nel 2003 viene lanciato il Portale del Museu da Pessoa, gli orizzonti si ampliano esponenzialmente: esposizioni virtuali, video, costruzione di reti e soprattutto la possibilità di ricevere nuovo materiale direttamente attraverso il Portale, tramite la sezione “Conte sua História”.  Un’operazione culturale importante, promossa da un’organizzazione della società civile, che andrebbe esportata e diffusa in tutti quei Paesi che hanno a cuore il proprio futuro e sanno che assolutamente non possono permettersi di lasciare indietro nessuno.

http://www.museudapessoa.net/

Più rispetto per Lispector

Trattasi di una importantissima ed affascinante scrittrice brasiliana nata nel 1920 in Ucraina e morta a Rio de Janeiro stroncata da un cancro nel 1977. I suoi racconti sono stupefacenti per l’epoca ed estremamente attuali; nella sua scrittura non c’è indugio nella femminilità e tantomeno un sottile senso di inferiorità che tante scrittrici della sua epoca denunciano loro malgrado. La sua è una scrittura asciutta e poetica, le trame talvolta geniali, i temi attualissimi. Si pensi al filo conduttore che attraversa i racconti di Laços de Família o ancor di più a A via crucis do corpo, una raccolta di racconti che parla dei diversi approcci al corpo di vari protagonisti, uscito nel 1974, quando ancora di culto del corpo non si parlava granché. La scrittrice fin dall’infanzia non ha avuto una vita semplice: famiglia ebrea emigrata, resta orfana a nove anni di una madre costretta in sedia a rotelle, nel momento in cui la raggiunge il successo è separata con due figli, uno dei quali ha problemi di schizofrenia. Una notte si addormenta con la sigaretta accesa e provoca un incendio, passerà tre giorni fra la vita e la morte per le ustioni rischiando anche una amputazione della mano destra. Quel momento cambia definitivamente la sua vita, intensifica la sua attività di traduttrice dall’inglese e di giornalista, scrive storie per l’infanzia, pubblica il romanzo Agua viva ed infine A hora da estrela, da molti considerato il suo capolavoro. E’ rimasta vittima di una critica che le ha affibbiato l’etichetta di femminista o quella più edulcorata ed ipocrita che ha catalogato le sue opere come “scrittura al femminile”. Niente di più falso e limitante, i suoi temi non sono il conflitto uomo/donna o le divisioni di genere, bensì: perché scrivo, perché vivo, perché devo morire. A questo proposito vorrei divagare un po’ ed aggiungere che ritengo estremamente offensive le “Storie della letteratura” che cercano di racchiudere in un unico capitolo tutte le autrici solo perché donne, e che utilizzano espressioni quali appunto “scrittura al femminile”, le artiste non hanno bisogno di essere messe nelle Riserve, se valgono meritano lo stesso trattamento degli uomini, inoltre dovrebbero esserci più docenti universitarie donne a cimentarsi in nuove “Storie della letteratura”.

http://www.claricelispector.com.br/

Divino Carybé

Carybé (1911-1997) è il nome artistico di Hector Julio Paride Bernabó, pittore figurativo di origine argentina, italiano di formazione, ma naturalizzato brasiliano, alto, magro, sempre elegante. Nel 1938 conobbe Bahia e dal 1950 iniziò a risiedervi stabilmente.  Ricevette il soprannome di Carybé, un pesce di acqua dolce, quando faceva il boyscout.  Le sue opere, pitture, disegni e sculture, sono tutte incentrate sulla famosa “baianidade”, e rappresentano scene quotidiane, popolari e folklore. Ispirato dalla cultura afrobrasiliana, all’inizio degli anni ’70 iniziò a concentrarsi sui rituali del Candomblé e sugli Orixàs. Era un frequentatore assiduo dei “terreiros” baiani, sebbene dicesse di non credere alla vita dopo la morte, e, incredibilmente, morì nel terreiro Ilê Axé Opô Afonjá, a causa di un infarto. Era obá de Xangô, ovvero aveva un posto d’onore nel rituale.  Tra i sui capolavori si annoverano murales oggi ancora visibili a São Paulo, Rio de Janeiro, Bahia, Montreal, Buenos Aires, Miami e New York. In totale la sua opera conta circa 5000 lavori, tra cui le illustrazioni dei libri di Jorge Amado e di Cent’anni di solitudine di Marquez. La moglie racconta che Carybé non faceva mai schizzi durante i riti, ne aveva troppo rispetto: riusciva a mantenere una straordinaria memoria visiva di ciò cui aveva assistito e poi lo riproduceva usando solo i suoi ricordi. Una singolare parte dell’opera dell’artista, commissionata in origine dall’antico Banco da Bahia, si trova al Pelourinho, nel Museu Afro-Brasileiro di Salvador. Si tratta di 27 pannelli in legno di cedro che rappresentano ognuno un Orixás del Candomblé di Bahia, con le proprie armi e animali liturgici. Davanti agli enormi Orixás di cedro, finalmente dopo tanti anni, anche io ho sentito il “Divino”, la sua furia e la sua benevolenza. Le opere di Carybé a mio avviso trasmettono qualcosa di unico: fiducia e ammirazione verso il genere umano,  rispetto per le cose semplici e ammirazione per la divinità, la forza ed i colori della vita che scorre semplicemente. 

 

 

 

Pixação

Unisce due pratiche urbane, il graffitismo ed il parkour, ma essenzialmente è una forma di arte visiva. Emerge intorno al 1980 a São Paulo e rapidamente si trasforma in una modalità aggressiva e controversa tipica della città. Pixo è il risultato della pixação, uno stile calligrafico che deriva dalle scritte dei gruppi heavy metal e che sostanzialmente si rifà alle rune germaniche. Sicuramente esiste una connessione anche con gli stili calligrafici delle Gang chicane di San Francisco. Si tratta comunque di uno stile molto peculiare, una forma di espressione illegale nata prevalentemente da persone che vivono in aree estremamente marginalizzate e non hanno nulla da perdere e ben poco da aspettarsi, il loro obiettivo è vedere il proprio nome ed i propri messaggi scritti dovunque su edifici pubblici riconoscibili, compiendo acrobazie azzardate pur di arrivare a “conquistarli”. Nell’ottobre 2008 un gruppo di 40 pixowriters invade la Biennale di São Paulo, quell’anno sopranominata “Biennale del vuoto”. I pixoteros spiegarono, con discorsi e slogan di protesta, che la loro era la vera arte brasiliana e furono ampiamente applauditi dal pubblico prima di dover scappare dalla polizia.

Una megalopoli, una forma d’arte profondamente radicata nella società, espressa da settori marginali, che scuote e divide l’opinione pubblica e la vecchia Europa non ne sa praticamente nulla.

http://www.spexis.me/2009/11/samba-capoeira-caipirinhaand-pixacao/