Divino Carybé

Carybé (1911-1997) è il nome artistico di Hector Julio Paride Bernabó, pittore figurativo di origine argentina, italiano di formazione, ma naturalizzato brasiliano, alto, magro, sempre elegante. Nel 1938 conobbe Bahia e dal 1950 iniziò a risiedervi stabilmente.  Ricevette il soprannome di Carybé, un pesce di acqua dolce, quando faceva il boyscout.  Le sue opere, pitture, disegni e sculture, sono tutte incentrate sulla famosa “baianidade”, e rappresentano scene quotidiane, popolari e folklore. Ispirato dalla cultura afrobrasiliana, all’inizio degli anni ’70 iniziò a concentrarsi sui rituali del Candomblé e sugli Orixàs. Era un frequentatore assiduo dei “terreiros” baiani, sebbene dicesse di non credere alla vita dopo la morte, e, incredibilmente, morì nel terreiro Ilê Axé Opô Afonjá, a causa di un infarto. Era obá de Xangô, ovvero aveva un posto d’onore nel rituale.  Tra i sui capolavori si annoverano murales oggi ancora visibili a São Paulo, Rio de Janeiro, Bahia, Montreal, Buenos Aires, Miami e New York. In totale la sua opera conta circa 5000 lavori, tra cui le illustrazioni dei libri di Jorge Amado e di Cent’anni di solitudine di Marquez. La moglie racconta che Carybé non faceva mai schizzi durante i riti, ne aveva troppo rispetto: riusciva a mantenere una straordinaria memoria visiva di ciò cui aveva assistito e poi lo riproduceva usando solo i suoi ricordi. Una singolare parte dell’opera dell’artista, commissionata in origine dall’antico Banco da Bahia, si trova al Pelourinho, nel Museu Afro-Brasileiro di Salvador. Si tratta di 27 pannelli in legno di cedro che rappresentano ognuno un Orixás del Candomblé di Bahia, con le proprie armi e animali liturgici. Davanti agli enormi Orixás di cedro, finalmente dopo tanti anni, anche io ho sentito il “Divino”, la sua furia e la sua benevolenza. Le opere di Carybé a mio avviso trasmettono qualcosa di unico: fiducia e ammirazione verso il genere umano,  rispetto per le cose semplici e ammirazione per la divinità, la forza ed i colori della vita che scorre semplicemente. 

 

 

 

Pixação

Unisce due pratiche urbane, il graffitismo ed il parkour, ma essenzialmente è una forma di arte visiva. Emerge intorno al 1980 a São Paulo e rapidamente si trasforma in una modalità aggressiva e controversa tipica della città. Pixo è il risultato della pixação, uno stile calligrafico che deriva dalle scritte dei gruppi heavy metal e che sostanzialmente si rifà alle rune germaniche. Sicuramente esiste una connessione anche con gli stili calligrafici delle Gang chicane di San Francisco. Si tratta comunque di uno stile molto peculiare, una forma di espressione illegale nata prevalentemente da persone che vivono in aree estremamente marginalizzate e non hanno nulla da perdere e ben poco da aspettarsi, il loro obiettivo è vedere il proprio nome ed i propri messaggi scritti dovunque su edifici pubblici riconoscibili, compiendo acrobazie azzardate pur di arrivare a “conquistarli”. Nell’ottobre 2008 un gruppo di 40 pixowriters invade la Biennale di São Paulo, quell’anno sopranominata “Biennale del vuoto”. I pixoteros spiegarono, con discorsi e slogan di protesta, che la loro era la vera arte brasiliana e furono ampiamente applauditi dal pubblico prima di dover scappare dalla polizia.

Una megalopoli, una forma d’arte profondamente radicata nella società, espressa da settori marginali, che scuote e divide l’opinione pubblica e la vecchia Europa non ne sa praticamente nulla.

http://www.spexis.me/2009/11/samba-capoeira-caipirinhaand-pixacao/

La Capoeira e l’arte di scomparire

Alla fine degli anni ’90 avevano iniziato a diffondersi corsi e scuole di Capoeira un po’ in tutta Italia. Si tratta di una lotta/danza tradizionale brasiliana molto suggestiva, con una storia interessante e dei belissimi rituali coreografici. Dal 2007 in poi, invece, è andata scomparendo dalle palestre e dai centri fitness.  Si è verificato il solito schema postmoderno: una conoscenza tradizionale, specifica di un luogo circoscritto, si è diffusa, semplificata e banalizzata, in tutto “l’Occidente”; in seguito “l’Occidente” l’ha superficialmente digerita, poi inglobata, poi ignorata.

Dietro questo processo si nasconde una sorta di umiliazione a cui vengono sottoposte una serie di pratiche tradizionali in nome della Moda. Lo stesso succede ad esempio con le arti marziali orientali, o con l’artigianato andino e africano, o con la musica dell’area del Caribe (Salsa, Mambo etc.).

Un sottile senso di superiorità serpeggia in questi neoadepti, affamati di esperienze ed esotismo, convinti di poter cogliere l’essenza di pratiche perfezionate in centinaia di anni con un corso di 6 mesi 2 volte a settimana. Tutt’al più in uno o due anni si usa e getta la cultura di un popolo.

O Rubem

Rubem Fonseca è un noto scrittore brasiliano, una specie di Camilleri tropicale, ma forse addirittura più geniale. Dagli anni ’90 nessuno pubblica più i suoi lavori in Italia. Negli anni ’60 fonda lo stile “brutalista”, uno stile essenziale ed asciutto che scuote e affascina. Fonseca è carioca, ha fatto parte della polizia di Rio prima di dedicarsi alla scrittura ed alla sceneggiatura televisiva e cinematografica. Ora ha quasi 90 anni. Per avere un quadro meno “afavelato” del brasile sarebbe importante avere la possibilità di leggere le sue opere, non tutte riuscite, ma imprescindibili.  Invece o Rubem in Italia è beatamente, o beotamente se volete, ignorato.