Vento latinoamericano: eppur si muove

La città di Roma in questo periodo ospiterà una serie di iniziative riguardanti la cultura latinoamericana promosse da Roma Capitale, dall’IILA e da varie ambasciate latinoamericane con sede a Roma. Di seguito una breve rassegna stampa su questa iniziativa intitolata Primavera latinoamericana:

 

Corriere

Roma Capitale

Centrale Montemartini

Rodriguez al Museo

Il cantautore Silvio Rodríguez si esibirà il prossimo 10 dicembre nel Museo Nacional de Bellas Artes di Cuba, il luogo in cui fece la sua prima presentazione in pubblico 44 anni fa. Il recital del cantautore sessantaquattrenne, che ha recentemente pubblicato l’album Segunda Cita (2009), fa parte degli eventi organizzati dal museo per il ventennale della sua apertura. Rodriguez è stato uno dei fondatori  del Movimiento de la nueva trova cubana tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70.

http://www.netssa.com/museum_fine_arts_havana.html

http://www.youtube.com/watch?v=d1K1tuZmyeI

GUEVARA E CUBA A TRASTEVERE

Oggi alle 18.00 presso il Museo di Roma in Trastevere, in Piazza S. Egidio 1/b, si inaugurano due mostre fotografiche promosse da Roma Capitale: Che Guevara Fotografo, concepita per far conoscere la produzione fotografica di Ernesto Che Guevara ed il suo lato artistico. La mostra è stata parzialmente presentata per la prima volta a Cuba nel 1990 e poi ospitata da città latinoamericane ed europee. In concessione temporanea dal Centro Studi Che Guevara di L’Avana.

Cuba una storia anche italiana, celebra un particolare “matrimonio esotico” tra culture solo apparentemente lontane, evidenziandone il loro rapporto, poco noto ma sorprendente, attraverso il racconto delle vicende di tanti protagonisti, da Colombo fino ai giorni nostri.

Cimarronaje. Apporto femminile

In alcune società africane matrilineari e matrifocali, traslate forzosamente in America, la donna ricopriva un ruolo importante nello spazio comunitario e familiare, in quanto responsabile delle relazioni sociali tra gli individui. Sebbene schiave, le donne conservarono questa posizione in quanto furono in grado di mantenere e creare vincoli di parentela e di relazione che andarono ad incidere sulla nuova sfera sociale.

La cultura degli schiavi, differente da quella dominante, generò norme di comportamento proprie, ispirate alla tradizione africana o create per dare un senso alla vita all’interno della condizione di schiavitù. La donna africana ricoprì molteplici ruoli: di madre putativa o naturale di figli bianchi, di madre (ed al bisogno anche di padre) per i propri figli, procreati in condizioni forzose con la finalità di aumentare il capitale di schiavi a disposizione dei padroni. Allo stesso tempo la schiava africana stabilì contatti con mulatti, bianchi, neri ed indios, trasformandosi in un importante agente di vincolo culturale permanente fra tutti gli strati sociali dell’epoca, recependo, trasformando e diffondendo la cultura spirituale e materiale afroamericana. Coloro che resistettero alla schiavitù rifugiandosi sulle montagne ed in zone di difficile accesso contribuirono alla costituzione di palenques, quilombos, mocambos e ladeiras, ovvero territori indipendenti con forme proprie di autogoverno. Da questi luoghi, organizzati anche militarmente, agirono per fare pressione e ridonare libertà agli schiavi delle haciendas vicine, affrontando l’esercito coloniale e destabilizzando il sistema schiavistico in difesa della propria libertà.

Talvolta si tende a credere che il popolo nero fosse carente di un progetto identitario complessivo e che si sottomise volontariamente alla schiavitù. Il Cimarronaje dimostra che questa convinzione nasconde una interpretazione forzata della realtà storica, in quanto venne a delinearsi come una delle principali forme di resistenza contro l’ingiustizia della privazione della libertà. La resistenza entra in campo fin dal momento in cui le schiave e gli schiavi vengono trasportati via mare: molti preferirono darsi la morte lanciandosi dalle navi piuttosto che essere sottomessi, altri rifiutarono di nutrirsi,  le donne ricorsero all’aborto volontario. Ciò dimostra che, nonostante le divisioni, non venne mai meno la naturale pulsione umana volta a conseguire la libertà, l’autonomia e terre proprie da coltivare per autosostentarsi. Nei grandi movimenti di insurrezione il popolo nero rivelò le sue qualità di organizzazione collettiva ed il suo impeto nel combattere con la missione di riaffermare la dignità collettiva e individuale dei suoi membri. 

             Manucha Algarín rappresenta una figura emblematica della resistenza alla schiavitù. Fuggì assieme a Guillermo Rivas da Capaya, in Venezuela, e fondò uno spazio libero denominato Cumbe de Ocoyte che tale si mantenne dal 1768 al 1771, anno in cui vennero assassinati dalle truppe coloniali spagnole. Manucha costruì la sua casa con il suo compagno, ebbero dei figli liberi, coltivarono la terra. Nel momento della battaglia contro le truppe spagnole difese i suoi figli, venne catturata e portata a Caracas dove fu interrogata e sottoposta a tortura finché morì. Il suo fu un atto di Cimarronaje frontale, ovvero netto, combattivo e definitivo esattamente come quello maschile. Ultimamente alcune studiose stanno indagando delle altre forme di resistenza e si va delineando la definizione di Cimarronaje doméstico che definisce le azioni di resistenza, nascoste o palesi, intraprese dalle schiave che lavoravano nella casa padronale. La schiava che lavorava all’interno della casa del padrone lottava per imporre le sue regole ed incidere in alcune scelte di sua pertinenza, come ad esempio convincere il padrone della necessità di rimanere lontano dalle fatiche imposte dalla piantagione, oppure mettendo da parte il capitale necessario per comprare la libertà propria e della sua famiglia.

Un discorso a parte merita il mito di  Ma’ Dolores Iznaga, la schiava cubana di origine gangá, guaritrice e rivoluzionaria, che nella seconda metà dell’ottocento venne condannata a morte, e poi miracolosamente graziata, in quanto accusata di nascondere nella sua baracca nei pressi di Cabarnao i ribelli feriti curandoli con saliva, acqua di pozza e preghiere. Su questa donna, che doveva il cognome al suo ex padrone, Don Pedro Iznaga, esistono a Cuba numerosi aneddoti, che insistono in particolare sulla sua misteriosa sparizione. Il luogo in cui sorgeva la sua capanna divenne meta di pellegrinaggio: la gente il venerdì santo si recava a Trinidad con candele e anfore per prendere acqua, molti vi si immergevano vestiti e le rivolgevano preghiere. Altri prendevano pietre dal fondo per benedire le loro case e lasciavano candele nelle rocce. I malati venivano in processione per godere degli effetti dell’acqua miracolosa. I pesci della pozza erano sacri e intoccabili: nessuno poteva pescarli.  Si racconta che Ma’ Dolores sia apparsa in varie occasioni nei pressi del sito, soprattutto durante le ricorrenze del venerdì santo. Numerosi aneddoti e diverse varianti di questo mito sono stati raccolti dallo studioso Samuel Feijóo.

Pedro Juan Gutiérrez

Dalle foto sembra un uomo che dedica molto tempo al proprio fisico. Sul viso porta discretamente i segni di chi conosce a fondo la “buena” e la “malavida, e da ciò che scrive ne ho conferma. A diciotto anni decide di voler diventare scrittore, la cosa che più lo interessava era entrare nel mondo privilegiato della scrittura e per questo evita di avvicinarsi a gruppi di autori e di studiare letteratura: non voleva essere contaminato dalle idee degli altri, ma vivere intensamente tutto ciò che poteva per poi  poterlo raccontare. Nel 1998, a 48 anni, pubblica Trilogía sucia de La Habana. Il successo di pubblico e critica è immediato, viene tradotto, oltre che nel mondo di lingua spagnola, in Brasile, Stati Uniti, Italia, Gran Bretagna e Germania, ma quasi contemporaneamente viene licenziato dalla rivista per cui lavorava come giornalista, professione che praticava da 26 anni e per la quale è in possesso di uno specifico titolo di laurea. Si dichiara uno scrittore al quale non interessa inserire la politica nei romanzi, eppure ha subito comunque le conseguenze dell’agire politico sulla sua pelle.

Ora fa parte della Uniòn de escritores cubanos, continua a vivere nel Centro di La Habana, dove dipinge e scrive i suoi libri. La sua opera si pone come denuncia sociale delle miserie della sua città e del suo paese e può essere inscritta nell’ambito del cosiddetto realismo sporco, movimento letterario sorto negli Stati Uniti intorno agli anni settanta che aspira a ricondurre la narrazione ai suoi elementi fondamentali. Come il minimalismo, il realismo sporco è caratterizzato dalla precisione e dalla stringatezza estrema nell’uso delle parole. Gli oggetti, i personaggi, le situazioni sono descritti nel modo più conciso e superficiale possibile, i protagonisti sono esseri volgari oppure conformisti che conducono vite estremamente convenzionali. Tra il 1998 ed il 2003 ha pubblicato i cinque libri del Ciclo de Centro Habana. Due dei suoi romanzi hanno ottenuto riconoscimenti rilevanti: Animal tropical, il premio spagnolo “Alfonso García-Ramos – Novela 2000” e Carne de perro, il premio italiano “Narrativa sud del mondo 2003”.

Sulla vita a La Habana possiamo cogliere il suo pensiero in alcune interviste che ha rilasciato nel corso di questi anni, che vi riassumo in queste righe: mi piace raccontare la realtà di La Habana, che mi sembra una città formidabile, ma ad un certo punto questo ciclo ho dovuto concluderlo perché si tratta di libri eccessivamente autobiografici e molto dolorosi da scrivere. Il meticciato cubano afro-spagnolo ci aiuta a sopportare la vita in un modo meraviglioso; la sessualità, il rum e la rumba in tutti i posti e a qualunque ora: tutto ciò aiuta a vivere nonostante le difficoltà economiche di questo paese. Ho inviato esemplari dei miei libri editati in Spagna alla Biblioteca Nazionale di Cuba, sebbene non siano stati inseriti nel catalogo. Nonostante tutto non ho mai pensato di lasciare l’isola, sono consapevole che non potrei vivere in nessun altro posto al mondo.

http://www.pedrojuangutierrez.com/

La Casa delle Americhe (del Centro-Sud)

Oggi vorrei fare un elogio alla migliore e più importante istituzione culturale latinoamericana: Casa de las Américas, fondata nel 1959 da Haydee Santamaría, eroina della lotta rivoluzionaria cubana che ne fu presidentessa fino al 1980.

A soli quattro mesi dalla vittoria della Rivoluzione cubana, con legge 299 del 28 aprile 1959 il Governo Rivoluzionario istituì Casa de Las Américas con il compito di divulgare, ricercare, promuovere, premiare e pubblicare le opere di scrittori, artisti plastici, musicisti, attori e studiosi di letteratura e arti, ma la Casa ha anche lo scopo, non secondario, di sviluppare e ampliare le relazioni socioculturali con i popoli dell’America Latina, i Caraibi e il resto del mondo ed è concepita come uno spazio di incontro e dialogo da diverse prospettive artistiche.

La necessità di pubblicare le opere vincitrici del Premio Literario Casa de las Américas motivò la creazione della Casa Editrice interna nel 1960. In seguito le pubblicazioni si ampliarono verso la promozione della letteratura più importante e rappresentativa dell’ America Latina e dei Caraibi. Il nome attuale, Fondo Editorial Casa de las Américas, compare nel 1997. Al momento conta un totale di diciassette collezioni e circa novecento titoli pubblicati.

La sede è un palazzo tra il Malecòn e il Vedado, a La Habana, che ospita: Centro de Investigaciones Literarias, Teatro, galleria di Arti Plastiche, Biblioteca, Centro de Estudios del Caribe, redazione della Revista Casa de las Américas, Casa editrice e promuove numerosi Premi.  Per me è la cosa più importante da vedere a La Habana assieme all’ICAIC (l’istituto di cinematografia).