Eldorado: altre spedizioni

indio1535I banchieri tedeschi Welter ottennero da Carlo I il diritto di esplorare il Venezuela e di nominare governatori nei territori scoperti. Nel 1529 un loro emissario, Ambrosio Alfinger o Einhger, sbarcò a Coro (Venezuela) con 200 uomini con il proposito di cercare nella giungla una città o addirittura un intero regno d’oro. Formò una grande spedizione per esplorare l’interno del paese con 200 europei tedeschi e Spagnoli e 1000 schiavi, devastò molte popolazioni indigene ed ebbe risultati disastrosi: la metà degli europei morirono a causa di malattie, fame ed attacchi indigeni, anche lo stesso Alfinger soccomberà a causa di una freccia avvelenata. La spedizione riuscì ad ottenere alcuni monili in oro, probabilmente apparteneti alla cultura Chibcha ed a raggiungere i paraggi di Bogotà.

Nel 1531 Diego de Ordaz, luogotenente di Hernán Cortes, esplorò il fiume Orinoco ma non ebbe grande fortuna: tentava di raggiungere un monte detto “Roccia di Eufoide” che avrebbe dovuto essere completamente costituito da smeraldi. Non lo raggiunse, anche se riuscì a procurarsi un ingente bottino. Nel rientrare verso la foce dell’Orinoco, si ammalò e morì in pochi mesi.

Fu poi la volta di Jorge de Speyer che esplorò la zona fra Orinoco e Amazzonia. Alla fine Diego de Quesada, conquistatore della Nueva Granada, territorio Chibcha, riuscì a trovare la laguna di Guatavita. Non trovò il principe dorato, visto che la tradizione non si era conservata, ma estorse 246.976 pesos d’oro e 1815 smeraldi di grandi dimensioni agli indios. Dei 1300 bianchi, 1500 indios e 1100 cavalli che componevano la spedizione tornarono vivi 64 bianchi, 4 indios e 18 cavalli. Convinto che el Dorado doveva essere una città e non la laguna che aveva scoperto, organizzò una nuova spedizione ma morì prima di portarla a termine. Nella ricerca della mitica città d’oro chiamata “Meta”, versione del mito del Dorado deformata, sarebbero partite in seguito numerose altre esplorazioni fra cui quella di Gonzalo Pizarro, diretta all’esplorazione della selva amazzonica e finita molto male.
maranhonMa la spedizione che ebbe più risonanza nella storia è senza dubbio quella guidata da Pedro de Ursúa e Lope de Aguirre, che partirono da Lima in cerca del Dorado il 26 settembre del 1561. dopo aver raggiunto il fiume Huagalla, arrivati al villaggio di Machifaro, Ursúa venne fatto assassinare da Aguirre e venne sostituito da Fernando de Guzmán, luogotenente di Ursúa. Poi Aguirre uccise anche Guzmán e si autonominò capo dei “marañones”, soprannome dei compagni di spedizione. Dal Rio delle Amazzoni alla Isla Margarita Aguirre ed i compagni si dedicarono al saccheggio ed alla distruzione. Alla fine le truppe al comando di Diego García de Paredes sconfissero Lope de Aguirre ed i suoi compagni. Prima di essere catturato Aguirre uccise la figlia Elvira, che lo aveva accompagnato in tutte le sue peripezie. Lope de Aguirre morirá giustiziato per tradimento verso il re di Spagna. Famosa è la sua lettera diretta a Felipe II in cui condanna la sua poltica nelle Americhe ed i favoritismi e la corruzione che il re lascia dilagare.

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Eldorado: prodromi e spedizioni

bracciaoroL’oro. Elemento che nella modernità è divenuto una delle maggiori ossessioni dell’essere umano: oggetto di culto, adorazione, bene economico, elemento ornamentale, simbolo di potere. Durante il corso dei secoli una strana mistica mantiene uno stretto ed intimo legame tra questo metallo e l’uomo, che progressivamente ha sviluppato un’avidità autodistruttiva ai limiti dell’inverosimile.

Ma quando questo amore per l’accumulo si trasforma in ossessione per l’umanità? Forse proprio con le possibilità innescate dalla scoperta del nuovo mondo. I “conquistadores” erano anch’essi emigranti in cerca di fortuna. Spesso provenivano dalla piccola nobiltà spagnola decaduta in seguito alla crisi dell’agricoltura, ovvero erano Hidalgos come quel famoso cavaliere della Mancha che si era rifugiato nei romanzi cavallereschi. I loro sogni di gloria e di rivalsa per uscire da una condizione di povertà inaccettabile e vergognosa venivano alimentati dai racconti dei naviganti che tornavano carichi di ricchezze, così in tantissimi misero insieme i loro pochi averi e partirono con un solo obiettivo: erano i protozii d’America. Quelli che volevano tornare carichi e opulenti per far morire d’invidia i paesani che li avevano sottoposti ad umiliazioni inaccettabili e non avevano paura di soffrire patimenti ignoti pur di raggiungere il loro scopo.

A quanto pare Cristoforo Colombo una volta disse:” Con l’oro chiunque può fare in modo che la propria anima entri in Paradiso”. Con questa ossessione impiantata come un cancro nella mentalità europea del XVI secolo, l’America si vide invasa da conquistatori senza scrupoli in cerca prima di tutto ed a qualsiasi costo di oro. In questo contesto nacque il mito di El Dorado, una sfavillante città o regno d’oro che sorgeva in mezzo alla giungla, in linea di massima nella zona centrale della Nueva Granada, attuale territorio colombiano, sebbene a seconda dell’origine e dell’epoca della versione, poteva essere localizzata anche nell’interno del Venenzuela, nella selva amazzonica o in qualche parte delle Ande, poteva assumere nomi diversi ma comunque non differivano molto nella sostanza. La febbrile immaginazione degli esasperati conquistadores, li condusse a vedere nei propri deliri una città che brillava di strade ed edifici d’oro, in cui esso era così abbondante che in pratica tutto vi si costruiva e confezionava.

Nelle varie “crónicas de indias” che sono arrivate fino ai nostri giorni, non c’è modo di determinare con sicurezza in che momento, luogo o circostanza nacque il mito del Dorado, sebbene esistano varie teorie a riguardo. E’ possibile che fin dall’arrivo dei primi conquistatori abbia iniziato a prendere piede la leggenda, dal momento che i primi abitanti che presero contatto con Colombo parlavano di alcuni luoghi remoti in cui abbondava l’oro in quantità smisurate, cosa che fomentava l’immaginazione degli europei; questa narrazione si susseguì costantemente in ogni luogo in cui venivano interrogati gli indigeni riguardo all’origine del metallo con cui si adornavano. Spesso ciò era il risultato della disperazione delle popolazioni che, vedendo minacciato il proprio mondo e la propria vita, inventavano storie su posti lontani pieni d’oro, al fine di allontanare gli invasori. Sfortunatamente questo non accadde praticamente mai. A causa di questa voce che si rincorreva insistente, Colombo cominciò a credere di poter incontrare luoghi traboccanti d’oro e già nel 1514 Vasco Núñez de Balboa, scopritore del Mare del Sud ovvero del Pacifico, partì da Panama in direzione dell’attuale Colombia inoltrandosi nella giungla alla ricerca della città d’oro.

EL DORADO: STORIA, STORIE, LEGGENDE

Riporto una delle tante varianti della leggenda dell’Eldorado, ovvero “El Dorado” cioè l’uomo – o indio – dorato. L’Eldorado con il passare dei secoli ha smesso di essere personaggio mitico per  trasformarsi in spazio immaginario.

Il Re di Guatavita, laguna a nord di Bogotà, si innamorò di una donna della tribù vicina. Si sposarono ed ebbero una figlia, che amavano molto. Il Re però non riusciva ad essere un buon marito: tradiva, ingannava e si dimenticava di sua moglie. Un giorno durante una festa la Regina si innamorò di un giovane guerriero, che incontrava di nascosto. Il Re li sorprese, così il guerriero fu atrocemente torturato: gli tolsero il cuore ed in seguito lo impalarono. Nel frattempo la Regina veniva intrattenuta con una grande festa in suo onore, durante la quale le venne offerto il cuore di un animale selvaggio: la Regina si rese conto con orrore che esso apparteneva all’amato ed emise un agghiacciante grido di dolore.

 
Pallida ed in preda allo sconforto cercò sua figlia e si gettò nella laguna sacra. I sacerdoti informarono il Re di ciò che era accaduto ed il monarca si rese conto della sua stoltezza e dell’amore che lo legava alla  sposa ed alla figlia: ordinò ai sacerdoti di recuperare il corpo di sua moglie, ma lo informarono che la regina viveva felice in una casa sottomarina con un serpente per amante. Poi chiese indietro il corpo di sua figlia, i sacerdoti glielo portarono ma non aveva occhi, così il padre decise di lasciarla a sua madre. Il Re inconsolabile promise alla sua sposa offerte ed attenzioni, lei divenne la Dea dell’acqua ed i sacerdoti vivevano sulle sponde della laguna in attesa della sua apparizione durante le notti di luna piena.  


Il popolo dei  Chibchas fece della laguna di Guatavita un luogo di culto in cui si facevano offerte di statue d’oro e smeraldi alla Dea, che in forma di serpente si manifestava a riceverle. Le offerte divennero molto numerose, al fine di lenire il dolore del Re. Con il tempo la cerimonia si modificò in atto politico-religioso che si realizzava per nominare il nuovo Zipa, Re di Bacatà ovvero l’attuale Bogotà. Nei giorni precedenti alla cerimonia i Chibchas osservavano un periodo di digiuno e astinenza in cui preparavo maschere, vesti, chicha e strumenti musicali. Accorrevano anche le popolazioni vicine: prima del sorgere del sole iniziava la processione verso il centro della laguna sacra;  ad alcuni metri di distanza dalla riva il Re scendeva  dalla portantina per trasferirsi sulla barca reale passando sui mantelli adornati dei guerrieri e della corte. Al centro della barca, circondato da pochi fedeli cortigiani e sacerdoti, il re lasciava cadere il suo mantello mostrando il corpo nudo completamente ricoperto di polvere d’oro, si rivolgeva verso oriente ed attendeva il sorgere del sole pregando.  Non appena il sole raggiungeva con i suoi raggi il pelo dell’acqua il Re lanciava un grido di gioia e tirava nell’acqua gli oggetti d’oro e smeraldo, in seguito si immergeva nelle acque sacre, lasciando sulla superficie una grande chiazza di polvere d’oro…