Memorie di un’infamia

Donna e giornalista: in Messico significa per lo meno partire svantaggiata…Lydia Cacho nasce a Città del Messico nel 1963, ed oltretutto è femminista ed attivista per i diritti umani. Insomma rischia la vita da un po’. In particolare dal 2005, anno in cui pubblica Lo demonios del Eden, raccontando la storia di Jean Succar Kuri, noto imprenditore proprietario di alberghi accusato di far parte di un giro di pedopornografia e prostituzione minorile insieme a importanti personaggi politici e uomini dai torbidi affari. Vero e proprio giornalismo d’inchiesta in trincea, come da noi non si usa quasi più: Lydia viene citata per diffamazione e arrestata illegalmente da un gruppo di poliziotti, ricordo che quelli messicani sono considerati i più corrotti del mondo, picchiata e rinchiusa nel carcere di Puebla. Il suo ultimo libro, appena pubblicato in Italia da Fandango si intitola Memorie di un’infamia e narra di quanto ha vissuto in prima persona in quel periodo, in un paese in cui i giornalisti sono presi di mira, minacciati ed assassinati a decine ogni anno. Nonostante i consigli dello United Nations Human Rights Council, la Cacho non si è allontanata dal Messico. Vive sotto scorta e continua ad investigare e denunciare.  Martedi 13 dicembre alle ore 18.30 presso lo spazio espositivo di piazza Navona avremo l’opportunità di poterla conoscere grazie alle iniziative dell’Istituto Cervantes di Roma correlate alla mostra Testigos del olvido. In quell’occasione Lydia Cacho presenterà il suo libro  uscito in lingua spagnola nel 2008.

Un’intervista

Altre informazioni

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Più rispetto per Lispector

Trattasi di una importantissima ed affascinante scrittrice brasiliana nata nel 1920 in Ucraina e morta a Rio de Janeiro stroncata da un cancro nel 1977. I suoi racconti sono stupefacenti per l’epoca ed estremamente attuali; nella sua scrittura non c’è indugio nella femminilità e tantomeno un sottile senso di inferiorità che tante scrittrici della sua epoca denunciano loro malgrado. La sua è una scrittura asciutta e poetica, le trame talvolta geniali, i temi attualissimi. Si pensi al filo conduttore che attraversa i racconti di Laços de Família o ancor di più a A via crucis do corpo, una raccolta di racconti che parla dei diversi approcci al corpo di vari protagonisti, uscito nel 1974, quando ancora di culto del corpo non si parlava granché. La scrittrice fin dall’infanzia non ha avuto una vita semplice: famiglia ebrea emigrata, resta orfana a nove anni di una madre costretta in sedia a rotelle, nel momento in cui la raggiunge il successo è separata con due figli, uno dei quali ha problemi di schizofrenia. Una notte si addormenta con la sigaretta accesa e provoca un incendio, passerà tre giorni fra la vita e la morte per le ustioni rischiando anche una amputazione della mano destra. Quel momento cambia definitivamente la sua vita, intensifica la sua attività di traduttrice dall’inglese e di giornalista, scrive storie per l’infanzia, pubblica il romanzo Agua viva ed infine A hora da estrela, da molti considerato il suo capolavoro. E’ rimasta vittima di una critica che le ha affibbiato l’etichetta di femminista o quella più edulcorata ed ipocrita che ha catalogato le sue opere come “scrittura al femminile”. Niente di più falso e limitante, i suoi temi non sono il conflitto uomo/donna o le divisioni di genere, bensì: perché scrivo, perché vivo, perché devo morire. A questo proposito vorrei divagare un po’ ed aggiungere che ritengo estremamente offensive le “Storie della letteratura” che cercano di racchiudere in un unico capitolo tutte le autrici solo perché donne, e che utilizzano espressioni quali appunto “scrittura al femminile”, le artiste non hanno bisogno di essere messe nelle Riserve, se valgono meritano lo stesso trattamento degli uomini, inoltre dovrebbero esserci più docenti universitarie donne a cimentarsi in nuove “Storie della letteratura”.

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