El autor como avatar postorgánico

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Giovedì 19 marzo 2015 alle ore 17, presso il Dipartimento di Studi Europei, americani e interculturali si terrà il primo di un ciclo di incontri con scrittori e docenti universitari dal titolo El autor como avatar postorgánico: realidad virtual y literatura en la ciencia ficción mexicana. Durante il primo appuntamento si parlerà di fantascienza messicana con Teresa Lopez Pellisa dell’Universitat Autonoma di Barcelona.

L’incontro si terrà nell’aula 2 del Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali, al terzo piano della Facoltà di Lettere e FilosofiaTeresa López PellisaUniversitat Autònoma de BarcelonaDipartimento di Studi Europei, Americani e InterculturaliFacoltà di Lettere e Filosofia (terzo piano)Piazzale Aldo Moro, 5 –

 

Frida

FridaKahloNerospintoGallery6Inizia oggi a Roma alle Scuderie del Quirinale un’importante mostra su Frida Kahlo, un personaggio complesso che con il tempo prende le sembianze di un archetipo messicano e latinoamericano, che attraversa le traiettorie di tutti i più importanti movimenti artistici dell’epoca: Pauperismo rivoluzionario, Estridentismo, Surrealismo e pone le basi visuali e iconografiche di quello che molto più tardi in letteratura sarà denominato “Realismo magico“.

Frida è considerata anche una proto-femminista, parla di se come una “occultatrice” eppure nei suoi autoritratti mette in mostra persino i suoi organi interni, anticipa ed evidenzia per prima il caratteristico miscuglio di contrasti che connota l’America Latina, quel bizzarro “quarto stile” che è un non stile, ovvero il risultato di una cultura che nell’ibridazione trova il senso più profondo della propria identità.

Un’occasione assolutamente da non perdere, poiché questa mostra raccoglie, fra l’altro, in 40 opere di primissimo piano i passi salienti vellutodell’intera carriera artistica di Frida Kahlo e vanta i capolavori dei principali nuclei collezionistici di Messico, Europa e Stati Uniti. La parte del leone la fanno naturalmente i celebri autoritratti, che da un punto di vista estremamente soggettivo riescono a diventare icone di una condizione e di un’epoca. Ma Frida fa della sua stessa biografia un’opera d’arte, un’esistenza dolorosa, avvincente, ossessiva, ricca di sfaccettature sorprendenti. Per esplorare questo lato dell’artista è stata organizzata la mostra al Palazzo Ducale di Genova, che partirà il 20 settembre 2014, in cui appunto si può esplorare l’universo privato di Frida: un insieme inestricabile di ribellione e sofferenza, al centro del quale gravita il suo grande, ma non unico, amore Diego Rivera.

Letture prima della mostra:

per cominciare Frida Kahlo

per capire Frida Kahlo. Biografia per immagini

per finire Viva la vida

Tour virtuale della casa di Frida a Coyoacan: Casa Azul

L’Esercizio creativo

FotoGiovenaleCosa c’è di peggio per un lavoratore dell’essere sfruttato? Perdere il lavoro e non essere più sfruttato. Così Gustavo Esteva ci rende lampante il paradosso in cui viviamo: esiste un’invisibile rete che ci reclude in gabbie piene di aspettative e prive di speranza. E’ auspicabile l’abbandono del lavoro come lo concepiamo ancora oggi: è indispensabile mettere in campo le facoltà creative di ognuno perché possa dare un senso a ciò che si fa nella vita.

Esteva è venuto da Oaxaca in Messico, dove ha fondato L’Università della Terra, un luogo frequentato da molti indigeni, in cui chiunque può accedere per acquisire dei saperi e poi applicarli all’interno della propria comunità, senza per forza dover frequentare un ciclo di studi predeterminato. I saperi sono veicolati dallo scambio e dalla convivialità, ed incredibilmente tutto ciò ha grande successo. Gli indios avevano da tempo cominciato a manifestare insofferenza per le scuole create “dall’alto” nei loro villaggi; cacciavano gli insegnanti, non le facevano frequentare dai figli. Si scopre che quello che a scuola viene insegnato è percepito come inutile o dannoso: i ragazzi scolarizzati si distaccano dalle comunità di appartenenza per andare ad ingrossare le fila dei disoccupati o degli occupati subalterni nelle grandi città, senza apprendere i saperi tradizionali. Così nasce l’idea di Unitierra, un luogo di sperimentazione pratica, in cui oltretutto molte delle teorie di Ivan Illich sembrano rivelarsi fondate. Esteva proviene da una famiglia messicana di classe media, è stato vicino ad Illich ed ha portato avanti il suo pensiero, si definisce un attivista deprofessionalizzato ed è stato un Assessore Zapatista durante il periodo degli accordi di San Andrés. Sabato scorso ha tenuto un discorso presso la biblioteca Fabrizio Giovenale, un posto accogliente e di grande bellezza in cui ho messo piede per la prima volta.

Si inizia parlando di crisi, quella che chiama “crisi del modo di produzione capitalista”, basato sullo sfruttamento del lavoro che ora si va tramutando in meccanismo di accumulo e rapina. A suo avviso siamo già in una fase postcapitalista in cui il potere deve inevitabilmente ricorrere alla forza per mantenere il controllo, smantellando progressivamente le forme democratiche dello stato. Di contro il malcontento produce molteplici resistenze, sia di tipo conservatore che progressista.

Esteva fa una distinzione importante fra ribellione, che si oppone ai poteri costituiti, e rivoluzione, che non si occupa più di chi c’è al potere, ma produce un cambiamento reale a prescindere. La rivoluzione non potrà essere innescata, come le precedenti, dall’alto verso il basso, ma al contrario sarà prodotta dal basso, il che è un bene poiché le rivoluzioni passate alla lunga hanno creato solo un aggiustamento dei poteri e non un reale cambiamento. In questo quadro lo stato non può più essere l’agente principale della trasformazione. La sfida è la ricerca di nuove forme di convivenza e di nuove parole per nuovi concetti. In una fase in cui i concetti nuovi sono in formazione e le nuove parole non sono ancora affiorate è molto importante dare rilievo alla percezione artistica: prestare attenzione agli artisti e riconoscere e coltivare in noi stessi i segnali di creatività.

Intanto appaiono all’orizzonte alcuni pilastri di questo nuovo modo di pensare, uno di essi è la Comunità, l’abbandono dell’individualismo e l’assunzione del fatto che l’essere umano è esso stesso relazione: il passaggio dall’io al noi, inteso non come massa ma come sistema di relazioni dirette. L’altro è senza dubbio la Merce, cui si continua a riconoscere l’utilità ma non più il valore.

Esteva fin dagli anni sessanta esamina le caratteristiche della crisi attuale, cercando di identificare i rischi e le opportunità che da essa derivano e di dare forma a nuove opportunità di trasformazione sociale. A suo avviso il rischio più grande è quello di una deriva autoritaria senza precedenti, quella che chiama la Expertocracia fascistoide.

Affrontare dunque lo stato che ci perseguita, ma per prima cosa è inevitabile sopprimere le necessità che ora esso soddisfa, come la sanità e l’educazione pubblica, che sono insostenibili e creano più disuguaglianze di quante ne riducano. Se all’educazione sostituiamo l’apprendimento, come quello che applica il neonato per imparare a parlare o camminare, ci ritroviamo in un sistema di relazione con l’altro, in cui un’altro valore fondante è l’amicizia. Si, lo so, è un salto nel buio, un’apnea, la penso come voi. Per noi che ancora non abbiamo perso proprio tutto forse la traiettoria sarà differente, non lo saprei dire, ma quel che mi pare chiaro è che dipenderà da noi. Una rivoluzione, non un cataclisma, in cui le persone comuni prendono in mano la propria vita e la cambiano radicalmente, assumendo nuovi comportamenti. In questo processo le donne occupano un ruolo fondamentale nella fase di uscita dalla “civiltà occidentale di tipo patriarcale”.

Un discorso importante, pieno di suggestioni e di aperture verso orizzonti possibili, preceduto da un pranzo conviviale all’aperto in una giornata assolata che ha ridestato ottimismo e speranze in tutti i partecipanti ed ha aperto nuove riflessioni. L’iniziativa celebrava il primo anno di vita della rivista Comune-info. Il giorno dopo Esteva ha tenuto un’altra conferenza al Teatro Valle. Mi auguro di poter approfondire nuovamente questi temi in una sua prossima  visita.

Tina Modotti

200px-Tina_Modotti_-_Edward_Weston, (1)Tinissima: il dogma e la passione, si intitola così il nuovo documentario sulla vita di Tina Modotti prodotto da Cinemazero in collaborazione con il Fondo Nacional para la cultura y las artes (fonca) del Messico.

La regia è della messicana Laura Martinez Diaz. Speriamo che si riesca a vedere un po’ in giro anche qui in Italia!

qui una recensione di Artribune. qui se lo volete vedere in spagnolo.

Messico da favola

Il libro Frida e Diego. una favola messicana di Fabian Negrin sullo scaffale risalta subito all’occhio: formato grande, colori sgargianti, tratti marcati… quello che non ci si aspetta è la piega che prende la storia. Frida Kahlo e Diego Rivera bambini si avventurano insieme nel paese degli scheletri, dopo aver litigato a causa dell’abbraccio di Diego a Rosa Spinosa, i loro caratteri ed il temperamento si distinguono già da questi fantasiosi dialoghi infantili. Un modo divertente per introdurre ai bambini dai 4 anni in su l’arte e la vita di questi due importanti artisti messicani. 

Fabian Negrin è nato in Argentina, si è laureato in Messico e vive in Italia. Ha illustrato e scritto molte storie interessanti per bambini, ma non solo, collabora frequentemente con la casa editrice Orecchioacerbo.

Memorie di un’infamia

Donna e giornalista: in Messico significa per lo meno partire svantaggiata…Lydia Cacho nasce a Città del Messico nel 1963, ed oltretutto è femminista ed attivista per i diritti umani. Insomma rischia la vita da un po’. In particolare dal 2005, anno in cui pubblica Lo demonios del Eden, raccontando la storia di Jean Succar Kuri, noto imprenditore proprietario di alberghi accusato di far parte di un giro di pedopornografia e prostituzione minorile insieme a importanti personaggi politici e uomini dai torbidi affari. Vero e proprio giornalismo d’inchiesta in trincea, come da noi non si usa quasi più: Lydia viene citata per diffamazione e arrestata illegalmente da un gruppo di poliziotti, ricordo che quelli messicani sono considerati i più corrotti del mondo, picchiata e rinchiusa nel carcere di Puebla. Il suo ultimo libro, appena pubblicato in Italia da Fandango si intitola Memorie di un’infamia e narra di quanto ha vissuto in prima persona in quel periodo, in un paese in cui i giornalisti sono presi di mira, minacciati ed assassinati a decine ogni anno. Nonostante i consigli dello United Nations Human Rights Council, la Cacho non si è allontanata dal Messico. Vive sotto scorta e continua ad investigare e denunciare.  Martedi 13 dicembre alle ore 18.30 presso lo spazio espositivo di piazza Navona avremo l’opportunità di poterla conoscere grazie alle iniziative dell’Istituto Cervantes di Roma correlate alla mostra Testigos del olvido. In quell’occasione Lydia Cacho presenterà il suo libro  uscito in lingua spagnola nel 2008.

Un’intervista

Altre informazioni

Rotte pericolose

Della sofferenza delle donne migranti centroamericane che decidono di spostarsi negli Stati Uniti sa parecchio Marcela Zamora, una cineasta salvadoreña di origini nicaraguensi che ha fatto per quattro volte andata e ritorno il tragitto che ogni giorno percorrono migliaia di centroamericani con la speranza di attraversare la frontiera verso il cosiddetto sueño americano. Si tratta di un faticoso viaggio attraverso il Messico di5.000 chilometri, in cui le donne sono sottoposte a qualsiasi tipo di abuso.

Storie che narrano di maltrattamenti e violenze, così queste donne, prima di lasciare i loro paesi, prendono delle precauzioni: molte si iniettano il Depo-Provera, un composto anticoncezionale di un solo ormone chiamato medroxiprogesterona che impedisce il rilascio dell’ovulo per tre mesi con una efficacia che arriva fino al 97%. E’ un medicinale venduto liberamente nelle farmacie centroamericane. Alcuni esperti hanno soprannominato il Depo-Provera l’ “iniezione anti-Messico”.

La maggior parte delle persone che lasciano il Centroamerica per provare ad arrivare agli Stati Uniti sono donne: il 57% dei migranti del Guatemala ed il 54% di quelli di El Salvador e Honduras, secondo il Tavolo Nazionale per le Migrazioni del Guatemala. Marcela Zamora racconta che l’utilizzo di questa iniezione è relativamente nuovo. Nei suoi primi viaggi, Zamora aveva visto le donne portarsi dietro i preservativi, loro unica protezione di fronte agli abusi a cui sono sottoposte dai cosiddetti coyotes o polleros, le autorità messicane o i banditi che assaltano i migranti con sistematicità.

I preservativi sono come amuleti a cui si aggrappano molte centroamericane. “Una donna nella Casa del Migrante del Guatemala aveva nella sua borsa soltanto 12 preservativi”, racconta Argan Aragón, uno specialista in migrazione che ha fatto il tragitto dei migranti e sta facendo un dottorato in sociologia alla Sorbona. “Quando le domandammo perché li portava, rispose: ‘E’ che lo so a cosa vado incontro’. In effetti lo sanno. Si stima che fra le sei e le otto donne ogni dieci sono violentate durante il passaggio in Messico”, assicura Aragón. Conscienti del fatto che non possono evitare di essere abusate, le migranti centroamericane decidono di  iniettarsi Depo-Provera, almeno per evitare la gravidanza. Sebbene questo non le protegga da malattie come l’AIDS, avverte Zamora. La cineasta ricorda che in Chiapas, nel sud del Messico, venne asapere di un uomo che era il terrore delle centroamericane. Probabile portatore di HIV, violentava le donne impunemente. “Commise i suoi crimini per un anno e mezzo”, racconta Zamora, finché le autorità Messicane non lo arrestarono.

Oltre alla tecnica del Depo-Provera, le donne decidono di trovare “maridos” durante il tragitto, continua la regista. Si uniscono a gruppi di uomini migranti come loro, ne scelgono uno e gli propongono un accordo: protezione in cambio di relazioni sessuali durante il tragitto. Altre usano il corpo come lasciapassare per il viaggio. “Il sesso diventa una strategia per loro. Alcune raccontano che pensano di eludere i controlli delle autorità, quelli della polizia, gli assalti, oppure farsi aiutare durante il viaggio o andarsene con un camionista da frontiera a frontiera, in cambio di favori sessuali”, spiega Aragón.

E molte ci riescono, afferma il sociologo. “Molte honduregne portano vestiti sexy per sedurre e superare gli ostacoli. Conobbi una ragazzina molto bella, che viaggiava con un pollero e con l’intera famiglia, che doveva fare la fidanzata di un autoctono in ogni camion affinché la polizia non le chiedesse documenti. Inoltre doveva fare qualunque cosa chiedesse una qualche autorità, e poi si offriva al pollero. Non so come è arrivata a Los Ángeles, se è arrivata, ma questo deve aver alterato la percezione di se stessa e quella dei suoi genitori, in viaggio con lei”, dice Aragón.

I maltrattamenti avvengono anche da parte delle autorità messicane, assicura Sara Lovera, giornalista che ha seguito il fenomeno. “nessuno si preoccupa delle migranti. Soffrono una enorme catena di violazioni ai propri diritti umani, e l’estorsione è una delle cose più terribili: per attraversare il Messico, le autorità vogliono pagamento in natura”, spiega Lovera.

La cineasta Marcela Zamora aggiunge alla lista di vessazioni l’estorsione a cui sono sottoposte dagli Zetas, l’organizzazione criminale messicana che semina terrore in tutto il paese e nel nord del Centroamerica. Gli Zetas, spiega, sequestrano i migranti che attraversano il Messico ed esigono il pagamento da parte dei familiari di somme molto alte, che molti non possono premettersi; se non pagano sono assassinati.

Nel suo documentario María en tierra de nadie, Zamora intervista una migrante che ha subito la cattura da parte degli Zetas. La donna, tra i pianti, racconta alla cineasta che in cambio della vita, le intimarono di lavorare per un mese come cuoca e impiegata di un “carnicero”: “E’ quello che uccide le persone che non hanno nessuno che paghi il riscatto per loro. Prende la gente, la mette in un barile e gli da fuoco, racconta la donna.

“Adattarsi a questa realtà significa ora iniettarsi il Depo-Provera”, dice il sociólogo Argan Aragón. “Di fronte all’assoluta disperazione ed incertezza del viaggio, le donne provano a controllare quel poco che dipende da loro. Le migranti sanno di dover avere relazioni sessuali e che è molto probabile che gli uomini, anche in caso di relazione sessuale senza resistenza, non accetteranno di mettersi il preservativo”.

Traduzione dell’articolo uscito sul Paìs di CARLOS SALINAS MALDONADO

Managua – 14/11/2011