El autor como avatar postorgánico

avatar

 

 

Giovedì 19 marzo 2015 alle ore 17, presso il Dipartimento di Studi Europei, americani e interculturali si terrà il primo di un ciclo di incontri con scrittori e docenti universitari dal titolo El autor como avatar postorgánico: realidad virtual y literatura en la ciencia ficción mexicana. Durante il primo appuntamento si parlerà di fantascienza messicana con Teresa Lopez Pellisa dell’Universitat Autonoma di Barcelona.

L’incontro si terrà nell’aula 2 del Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali, al terzo piano della Facoltà di Lettere e FilosofiaTeresa López PellisaUniversitat Autònoma de BarcelonaDipartimento di Studi Europei, Americani e InterculturaliFacoltà di Lettere e Filosofia (terzo piano)Piazzale Aldo Moro, 5 –

 

Frida

FridaKahloNerospintoGallery6Inizia oggi a Roma alle Scuderie del Quirinale un’importante mostra su Frida Kahlo, un personaggio complesso che con il tempo prende le sembianze di un archetipo messicano e latinoamericano, che attraversa le traiettorie di tutti i più importanti movimenti artistici dell’epoca: Pauperismo rivoluzionario, Estridentismo, Surrealismo e pone le basi visuali e iconografiche di quello che molto più tardi in letteratura sarà denominato “Realismo magico“.

Frida è considerata anche una proto-femminista, parla di se come una “occultatrice” eppure nei suoi autoritratti mette in mostra persino i suoi organi interni, anticipa ed evidenzia per prima il caratteristico miscuglio di contrasti che connota l’America Latina, quel bizzarro “quarto stile” che è un non stile, ovvero il risultato di una cultura che nell’ibridazione trova il senso più profondo della propria identità.

Un’occasione assolutamente da non perdere, poiché questa mostra raccoglie, fra l’altro, in 40 opere di primissimo piano i passi salienti vellutodell’intera carriera artistica di Frida Kahlo e vanta i capolavori dei principali nuclei collezionistici di Messico, Europa e Stati Uniti. La parte del leone la fanno naturalmente i celebri autoritratti, che da un punto di vista estremamente soggettivo riescono a diventare icone di una condizione e di un’epoca. Ma Frida fa della sua stessa biografia un’opera d’arte, un’esistenza dolorosa, avvincente, ossessiva, ricca di sfaccettature sorprendenti. Per esplorare questo lato dell’artista è stata organizzata la mostra al Palazzo Ducale di Genova, che partirà il 20 settembre 2014, in cui appunto si può esplorare l’universo privato di Frida: un insieme inestricabile di ribellione e sofferenza, al centro del quale gravita il suo grande, ma non unico, amore Diego Rivera.

Letture prima della mostra:

per cominciare Frida Kahlo

per capire Frida Kahlo. Biografia per immagini

per finire Viva la vida

Tour virtuale della casa di Frida a Coyoacan: Casa Azul

L’Esercizio creativo

FotoGiovenaleCosa c’è di peggio per un lavoratore dell’essere sfruttato? Perdere il lavoro e non essere più sfruttato. Così Gustavo Esteva ci rende lampante il paradosso in cui viviamo: esiste un’invisibile rete che ci reclude in gabbie piene di aspettative e prive di speranza. E’ auspicabile l’abbandono del lavoro come lo concepiamo ancora oggi: è indispensabile mettere in campo le facoltà creative di ognuno perché possa dare un senso a ciò che si fa nella vita.

Esteva è venuto da Oaxaca in Messico, dove ha fondato L’Università della Terra, un luogo frequentato da molti indigeni, in cui chiunque può accedere per acquisire dei saperi e poi applicarli all’interno della propria comunità, senza per forza dover frequentare un ciclo di studi predeterminato. I saperi sono veicolati dallo scambio e dalla convivialità, ed incredibilmente tutto ciò ha grande successo. Gli indios avevano da tempo cominciato a manifestare insofferenza per le scuole create “dall’alto” nei loro villaggi; cacciavano gli insegnanti, non le facevano frequentare dai figli. Si scopre che quello che a scuola viene insegnato è percepito come inutile o dannoso: i ragazzi scolarizzati si distaccano dalle comunità di appartenenza per andare ad ingrossare le fila dei disoccupati o degli occupati subalterni nelle grandi città, senza apprendere i saperi tradizionali. Così nasce l’idea di Unitierra, un luogo di sperimentazione pratica, in cui oltretutto molte delle teorie di Ivan Illich sembrano rivelarsi fondate. Esteva proviene da una famiglia messicana di classe media, è stato vicino ad Illich ed ha portato avanti il suo pensiero, si definisce un attivista deprofessionalizzato ed è stato un Assessore Zapatista durante il periodo degli accordi di San Andrés. Sabato scorso ha tenuto un discorso presso la biblioteca Fabrizio Giovenale, un posto accogliente e di grande bellezza in cui ho messo piede per la prima volta.

Si inizia parlando di crisi, quella che chiama “crisi del modo di produzione capitalista”, basato sullo sfruttamento del lavoro che ora si va tramutando in meccanismo di accumulo e rapina. A suo avviso siamo già in una fase postcapitalista in cui il potere deve inevitabilmente ricorrere alla forza per mantenere il controllo, smantellando progressivamente le forme democratiche dello stato. Di contro il malcontento produce molteplici resistenze, sia di tipo conservatore che progressista.

Esteva fa una distinzione importante fra ribellione, che si oppone ai poteri costituiti, e rivoluzione, che non si occupa più di chi c’è al potere, ma produce un cambiamento reale a prescindere. La rivoluzione non potrà essere innescata, come le precedenti, dall’alto verso il basso, ma al contrario sarà prodotta dal basso, il che è un bene poiché le rivoluzioni passate alla lunga hanno creato solo un aggiustamento dei poteri e non un reale cambiamento. In questo quadro lo stato non può più essere l’agente principale della trasformazione. La sfida è la ricerca di nuove forme di convivenza e di nuove parole per nuovi concetti. In una fase in cui i concetti nuovi sono in formazione e le nuove parole non sono ancora affiorate è molto importante dare rilievo alla percezione artistica: prestare attenzione agli artisti e riconoscere e coltivare in noi stessi i segnali di creatività.

Intanto appaiono all’orizzonte alcuni pilastri di questo nuovo modo di pensare, uno di essi è la Comunità, l’abbandono dell’individualismo e l’assunzione del fatto che l’essere umano è esso stesso relazione: il passaggio dall’io al noi, inteso non come massa ma come sistema di relazioni dirette. L’altro è senza dubbio la Merce, cui si continua a riconoscere l’utilità ma non più il valore.

Esteva fin dagli anni sessanta esamina le caratteristiche della crisi attuale, cercando di identificare i rischi e le opportunità che da essa derivano e di dare forma a nuove opportunità di trasformazione sociale. A suo avviso il rischio più grande è quello di una deriva autoritaria senza precedenti, quella che chiama la Expertocracia fascistoide.

Affrontare dunque lo stato che ci perseguita, ma per prima cosa è inevitabile sopprimere le necessità che ora esso soddisfa, come la sanità e l’educazione pubblica, che sono insostenibili e creano più disuguaglianze di quante ne riducano. Se all’educazione sostituiamo l’apprendimento, come quello che applica il neonato per imparare a parlare o camminare, ci ritroviamo in un sistema di relazione con l’altro, in cui un’altro valore fondante è l’amicizia. Si, lo so, è un salto nel buio, un’apnea, la penso come voi. Per noi che ancora non abbiamo perso proprio tutto forse la traiettoria sarà differente, non lo saprei dire, ma quel che mi pare chiaro è che dipenderà da noi. Una rivoluzione, non un cataclisma, in cui le persone comuni prendono in mano la propria vita e la cambiano radicalmente, assumendo nuovi comportamenti. In questo processo le donne occupano un ruolo fondamentale nella fase di uscita dalla “civiltà occidentale di tipo patriarcale”.

Un discorso importante, pieno di suggestioni e di aperture verso orizzonti possibili, preceduto da un pranzo conviviale all’aperto in una giornata assolata che ha ridestato ottimismo e speranze in tutti i partecipanti ed ha aperto nuove riflessioni. L’iniziativa celebrava il primo anno di vita della rivista Comune-info. Il giorno dopo Esteva ha tenuto un’altra conferenza al Teatro Valle. Mi auguro di poter approfondire nuovamente questi temi in una sua prossima  visita.

Tina Modotti

200px-Tina_Modotti_-_Edward_Weston, (1)Tinissima: il dogma e la passione, si intitola così il nuovo documentario sulla vita di Tina Modotti prodotto da Cinemazero in collaborazione con il Fondo Nacional para la cultura y las artes (fonca) del Messico.

La regia è della messicana Laura Martinez Diaz. Speriamo che si riesca a vedere un po’ in giro anche qui in Italia!

qui una recensione di Artribune. qui se lo volete vedere in spagnolo.

Messico da favola

Il libro Frida e Diego. una favola messicana di Fabian Negrin sullo scaffale risalta subito all’occhio: formato grande, colori sgargianti, tratti marcati… quello che non ci si aspetta è la piega che prende la storia. Frida Kahlo e Diego Rivera bambini si avventurano insieme nel paese degli scheletri, dopo aver litigato a causa dell’abbraccio di Diego a Rosa Spinosa, i loro caratteri ed il temperamento si distinguono già da questi fantasiosi dialoghi infantili. Un modo divertente per introdurre ai bambini dai 4 anni in su l’arte e la vita di questi due importanti artisti messicani. 

Fabian Negrin è nato in Argentina, si è laureato in Messico e vive in Italia. Ha illustrato e scritto molte storie interessanti per bambini, ma non solo, collabora frequentemente con la casa editrice Orecchioacerbo.

Memorie di un’infamia

Donna e giornalista: in Messico significa per lo meno partire svantaggiata…Lydia Cacho nasce a Città del Messico nel 1963, ed oltretutto è femminista ed attivista per i diritti umani. Insomma rischia la vita da un po’. In particolare dal 2005, anno in cui pubblica Lo demonios del Eden, raccontando la storia di Jean Succar Kuri, noto imprenditore proprietario di alberghi accusato di far parte di un giro di pedopornografia e prostituzione minorile insieme a importanti personaggi politici e uomini dai torbidi affari. Vero e proprio giornalismo d’inchiesta in trincea, come da noi non si usa quasi più: Lydia viene citata per diffamazione e arrestata illegalmente da un gruppo di poliziotti, ricordo che quelli messicani sono considerati i più corrotti del mondo, picchiata e rinchiusa nel carcere di Puebla. Il suo ultimo libro, appena pubblicato in Italia da Fandango si intitola Memorie di un’infamia e narra di quanto ha vissuto in prima persona in quel periodo, in un paese in cui i giornalisti sono presi di mira, minacciati ed assassinati a decine ogni anno. Nonostante i consigli dello United Nations Human Rights Council, la Cacho non si è allontanata dal Messico. Vive sotto scorta e continua ad investigare e denunciare.  Martedi 13 dicembre alle ore 18.30 presso lo spazio espositivo di piazza Navona avremo l’opportunità di poterla conoscere grazie alle iniziative dell’Istituto Cervantes di Roma correlate alla mostra Testigos del olvido. In quell’occasione Lydia Cacho presenterà il suo libro  uscito in lingua spagnola nel 2008.

Un’intervista

Altre informazioni

Rotte pericolose

Della sofferenza delle donne migranti centroamericane che decidono di spostarsi negli Stati Uniti sa parecchio Marcela Zamora, una cineasta salvadoreña di origini nicaraguensi che ha fatto per quattro volte andata e ritorno il tragitto che ogni giorno percorrono migliaia di centroamericani con la speranza di attraversare la frontiera verso il cosiddetto sueño americano. Si tratta di un faticoso viaggio attraverso il Messico di5.000 chilometri, in cui le donne sono sottoposte a qualsiasi tipo di abuso.

Storie che narrano di maltrattamenti e violenze, così queste donne, prima di lasciare i loro paesi, prendono delle precauzioni: molte si iniettano il Depo-Provera, un composto anticoncezionale di un solo ormone chiamato medroxiprogesterona che impedisce il rilascio dell’ovulo per tre mesi con una efficacia che arriva fino al 97%. E’ un medicinale venduto liberamente nelle farmacie centroamericane. Alcuni esperti hanno soprannominato il Depo-Provera l’ “iniezione anti-Messico”.

La maggior parte delle persone che lasciano il Centroamerica per provare ad arrivare agli Stati Uniti sono donne: il 57% dei migranti del Guatemala ed il 54% di quelli di El Salvador e Honduras, secondo il Tavolo Nazionale per le Migrazioni del Guatemala. Marcela Zamora racconta che l’utilizzo di questa iniezione è relativamente nuovo. Nei suoi primi viaggi, Zamora aveva visto le donne portarsi dietro i preservativi, loro unica protezione di fronte agli abusi a cui sono sottoposte dai cosiddetti coyotes o polleros, le autorità messicane o i banditi che assaltano i migranti con sistematicità.

I preservativi sono come amuleti a cui si aggrappano molte centroamericane. “Una donna nella Casa del Migrante del Guatemala aveva nella sua borsa soltanto 12 preservativi”, racconta Argan Aragón, uno specialista in migrazione che ha fatto il tragitto dei migranti e sta facendo un dottorato in sociologia alla Sorbona. “Quando le domandammo perché li portava, rispose: ‘E’ che lo so a cosa vado incontro’. In effetti lo sanno. Si stima che fra le sei e le otto donne ogni dieci sono violentate durante il passaggio in Messico”, assicura Aragón. Conscienti del fatto che non possono evitare di essere abusate, le migranti centroamericane decidono di  iniettarsi Depo-Provera, almeno per evitare la gravidanza. Sebbene questo non le protegga da malattie come l’AIDS, avverte Zamora. La cineasta ricorda che in Chiapas, nel sud del Messico, venne asapere di un uomo che era il terrore delle centroamericane. Probabile portatore di HIV, violentava le donne impunemente. “Commise i suoi crimini per un anno e mezzo”, racconta Zamora, finché le autorità Messicane non lo arrestarono.

Oltre alla tecnica del Depo-Provera, le donne decidono di trovare “maridos” durante il tragitto, continua la regista. Si uniscono a gruppi di uomini migranti come loro, ne scelgono uno e gli propongono un accordo: protezione in cambio di relazioni sessuali durante il tragitto. Altre usano il corpo come lasciapassare per il viaggio. “Il sesso diventa una strategia per loro. Alcune raccontano che pensano di eludere i controlli delle autorità, quelli della polizia, gli assalti, oppure farsi aiutare durante il viaggio o andarsene con un camionista da frontiera a frontiera, in cambio di favori sessuali”, spiega Aragón.

E molte ci riescono, afferma il sociologo. “Molte honduregne portano vestiti sexy per sedurre e superare gli ostacoli. Conobbi una ragazzina molto bella, che viaggiava con un pollero e con l’intera famiglia, che doveva fare la fidanzata di un autoctono in ogni camion affinché la polizia non le chiedesse documenti. Inoltre doveva fare qualunque cosa chiedesse una qualche autorità, e poi si offriva al pollero. Non so come è arrivata a Los Ángeles, se è arrivata, ma questo deve aver alterato la percezione di se stessa e quella dei suoi genitori, in viaggio con lei”, dice Aragón.

I maltrattamenti avvengono anche da parte delle autorità messicane, assicura Sara Lovera, giornalista che ha seguito il fenomeno. “nessuno si preoccupa delle migranti. Soffrono una enorme catena di violazioni ai propri diritti umani, e l’estorsione è una delle cose più terribili: per attraversare il Messico, le autorità vogliono pagamento in natura”, spiega Lovera.

La cineasta Marcela Zamora aggiunge alla lista di vessazioni l’estorsione a cui sono sottoposte dagli Zetas, l’organizzazione criminale messicana che semina terrore in tutto il paese e nel nord del Centroamerica. Gli Zetas, spiega, sequestrano i migranti che attraversano il Messico ed esigono il pagamento da parte dei familiari di somme molto alte, che molti non possono premettersi; se non pagano sono assassinati.

Nel suo documentario María en tierra de nadie, Zamora intervista una migrante che ha subito la cattura da parte degli Zetas. La donna, tra i pianti, racconta alla cineasta che in cambio della vita, le intimarono di lavorare per un mese come cuoca e impiegata di un “carnicero”: “E’ quello che uccide le persone che non hanno nessuno che paghi il riscatto per loro. Prende la gente, la mette in un barile e gli da fuoco, racconta la donna.

“Adattarsi a questa realtà significa ora iniettarsi il Depo-Provera”, dice il sociólogo Argan Aragón. “Di fronte all’assoluta disperazione ed incertezza del viaggio, le donne provano a controllare quel poco che dipende da loro. Le migranti sanno di dover avere relazioni sessuali e che è molto probabile che gli uomini, anche in caso di relazione sessuale senza resistenza, non accetteranno di mettersi il preservativo”.

Traduzione dell’articolo uscito sul Paìs di CARLOS SALINAS MALDONADO

Managua – 14/11/2011

Tzompantli inusuale

Tzompantli in Nàhuatl significa “altare dei teschi”, gli antichi messicani usavano esporne sui templi e nelle piazze. Quando gli spagnoli intrapresero la “Conquista”, durante una battaglia sulle rive del lago Tenochtìtlan sopra il quale oggi sorge Città del Messico, gli aztechi catturarono 23 nemici e li sacrificarono in un grande Tzompantli. In occasione delle celebrazioni del Dìa de los muertos, il 27 ottobre una interessante galleria d’arte del D. F. inaugurerà uno Tzompantli gráfico presso il Museo nacional de Culturas populares. Fra i 70 artisti selezionati figura anche l’italiano Fupete. Tzompantli Gráfico è un progetto congiunto di Vértigo Galería (Clarisa Moura – Dr. Alderete) e Omar Mijangos. Di seguito il comunicato stampa tradotto in italiano:

VÉRTIGO GALERÍA / COLECTIVA

Inaugurazione: 27 ottobre 19:00. In mostra fino al 27 novembre 2011 a Città del Messico.

La Morte ed il misticismo che la circonda sono stati oggetto delle più diverse espressioni e riti da tempo immemore. Il simbolismo che l’umanità gli attribuisce è un chiaro segnale dell’attrazione che prova nei confronti della conoscenza di ciò che succedde dopo la vita. Una di queste manifestazioni è il Tzompantli: un altare o muro di crani di persone sacrificate que si offriva agli dei in  tempi preispanici. Le teste ancora sanguinanti dei prigionieri si disponevano una dietro l’altra all’interno di pale di legno. Nel sovrapporle una sopra l’altra si veniva a creare un’imponente parete di crani. Le cronache di Hernán Cortés e Bernardino de Sahagún testimoniano l’esistenza di questa pratica. Al giorno d’oggi esistono alcune di queste manifestazioni in pietra negli alto rilievi del Tzompantli del Templo Mayor o in quello ubicato a Chichén Itzá, oltre ad alcune derivazioni come il pan de muerto e le offerte votive.

TZOMPANTLI GRÁFICO è una reinterpretazione di questa struttura, un omaggio alla sua carica mitica e culturale. Formato da 20 crani di grande formato di artisti messicani e internazionali, legati ad espressioni grafiche come illustrazione, graffiti, vignette, disegno, arte contemporanea, fra le altre. Ognuno plasmerà la sua particolare concezione della morte, dando come risultato uno squisito mosaico di immagini, concetti e grafica. Questo Tzompantli si convertirà in installazione presso gli spazi esterni del Museo Nacional de Culturas Populares, una estensione che sarà parte della mostra presentata presso Vértigo Galería. Le due proposte coesisteranno al fine di avere la possibilità di apprezzare il lavoro di più di 70 artisti in totale e visitare i due spazi.

PARTECIPANO: Adrien Bernheim (FR), Samuel Casal (BR), Carlos Castillo, Alberto Cerriteño, Catalina Estrada (COL), Fupete (ITA), Diego Gamba, Jorge Gutiérrez, Huesudo, Federico Jordán, Guram Lubaggi, Maxi Luchini (ARG), Marie Meier (FR), Omar Mijangos, Christian Montenegro (ARG), Martín Pech, Pooch (USA), Lucas Varela (ARG), Zoveck.

AMERICA LATINA A CANNES

Tre sono i film latinoamericani in concorso al 64° Festival Internazionale del Cinema di Cannes, naturalmente è altamente probabile che non li vedremo mai, se non mettendoci sulle loro tracce in sparuti circuiti “alternativi” oppure grazie a qualche piccolo festival dedicato:

Porfirio del colombiano Alejandro Landes: il suo primo lungometraggio di fiction dopo il successo del documentario Cocalero che trattava l’ascesa al potere di Evo Morales.  E’ la storia di un aviatore pirata disabile, molto noto in Colombia, che reclamava giustizia allo stato. Tatto e realismo sono le caratteristiche del film, il personaggio diviene incarnazione del paese stesso: violenza, ingiustizia, paralisi dello Stato.

 Las acacias dell’argentino Pablo Giorgelli: opera prima, un road movie sull’incontro fra un camionista argentino ed una donna paraguayana in viaggio verso Buenos Aires alla ricerca di lavoro con la figlia neonata.

Miss bala del messicano Gerardo Naranjo: è la storia di Laura Zuñiga ovvero Miss Sinaloa 2008 senza nemmeno essersi iscritta al concorso, grazie all’intervento della mafia legata al narcotraffico locale, il film è prodotto da Gael García Bernal.

La leggenda della Xtabay

In questa leggenda maya, originaria della penisola dello Yucatán, sono evidenti alcune influenze cattoliche nella separazione fra virtù e lascivia, ma con esiti decisamente contrari a quelli che ci si aspetterebbe. Alcuni tratti evocano miti di altre parti del mondo riguardanti le mangiatrici di uomini come la Maga Circe, Calipso o Cleopatra. L’indigenista Ermilo Abreu Gómez trattò ampliamente l’argomento nella sua monografia La Xtabay del 1919. Il mito dell’implacabile Xtabay si diffonde in risposta ad una società coloniale sacrificata a nuovi valori che negano qualsiasi esercizio del potere alla sfera femminile. Questo il motivo dunque della diffusione della leggenda di una giovane donna indigena che vaga per i sentieri maya esercitando un controllo totale sulla volontà e i desideri degli uomini che li attraversano. Divertitevi:

In un villaggio vivevano due donne; una era chiamata dai vicini la XKEBAN, ovvero la peccatrice, l’altra la UTZ-COLEL, cioè la donna buona. La XKEBAN era molto bella, ma cadeva continuamente nel peccato d’amore. Perciò le persone onorate del luogo la disprezzavano e rifuggivano dalla sua presenza. In più di un’occasione si era pensato di cacciarla dal villaggio, sebbene alla fine si preferì tenerla vicino per poterla disprezzare. La UTZ-COLEL era virtuosa, retta e austera oltre che bella. Non aveva mia commesso un peccato d’amore e godeva della stima di tutto il vicinato.  Nonostante i suoi peccati, la XKEBAN era molto compassionevole e soccorreva i mendicanti che le chiedevano aiuto, curaba i malati abbandonati, e badava agli animali; era umile di cuore e subiva rassegnata le ingiurie della gente. Sebbene virtuosa nel corpo, la UTZ-COLEL era rigida e dura di carattere: disdegnava gli umili considerandoli inferiori e non curava gli infermi per repulsione.  La sua vita era retta come quella di un palo, mal il suo cuore soffriva come la pelle del serpente. Un giorno successe che i vicini non videro uscire di casa la XKEBAN, passo un altro giorno, lo stesso; e un altro, e un altro. Pensarono che la XKEBAN era morta abbandonata; solo i suoi animali veglavano il suo cadavere, leccandole le mani e allontanado le mosche. Il profumo che invadeva l’intero villaggio si sprigionava dal suo corpo. Quando la notizia arrivò alle orecchie della UTZ-COLEL, lei rise con disprezzo. E’ impossibile che il cadavere di una grande peccatrice possa sprigionare un qualsiasi profumo – esclamò. Più che altro puzzerà di carne putrida. Ma era una donna curiosa e volle sincerarsi di persona. Arrivata nel posto, al sentire il profumo disse: deve essere un artificio del demonio, per ammaliare gli uomini, e aggiunse: se il cadavere di questa donna cattiva profuma così intensamente, il mio profumerà ancor di più. Al funerale della XKEBAN parteciparono solo gli umili e chi era stato aiutato, i malati che aveva curato; ma per tutto il tragitto del corteo si sprigionò l’intenso profumo, il giorno dopo la tomba era coperta di fiori silvestri. Poco tempo dopo morì la UTZ-COLEL, era morta vergine e sicuramente il cielo si sarebbe aperto immediatamente per far passare la sua anima. Ma, sorpresa! Contrariamente a ciò che lei stessa e tutti gli altri si aspettavano, il suo cadavere iniziò a diffondere una puzza insopportabile, come di carne putrida. I vicini attribuirono questo fenomeno a degli imborgli del demonio e tutti accorsero numerosi al suo funerale portando fiori per adornare la sua tomba: fiori che al mattino sparirono per “i malvagi sortilegi del demonio”, tornarono a dire. Passò il tempo, ed è noto che dopo la sua morte la XKEBAN se convertì in un fiorellino dolce, semplice, odoroso chiamato XTABENTUN. Lì’essenza di questo fiorellino inebria dolcemente cpsì come inebriò in vita l’amore della XKEBAN. Invece, la UTZ-COLEL dopo morta divenne il fiore di TZACAM, un cactus contornato di spine da cui spunta un fiore, bello ma senza alcun profumo, anzi puzza sgradevolmente ed è facile pungersi toccandolo. Trasformata nel fiore TZACAM la donna iniziò a riflettere, invidiosa, sull’estremo caso della XKEBAN, fino ad arrivare alla conclusione che sicuramente visto che i suoi peccati erano stati d’amore, le successe tutto il bene che ebbe da morta. Così pensò di imitarla anche nell’amore. Senza rendersi conto che, se le cose erano andate così, ciò dipendeva dalla bontà di cuore della XKEBAN, che si dava all’amore per un impulso generoso e naturale. Chiamando in suo aiuto gli spiriti malvagi, la UTZ-COLEL riuscì ad avere il potere di tornare al mondo ogni volta che voleva, trasformata nuovamente in donna, per far innamorare gli uomini, ma con un amore nefasto, in quanto la durezza del suo cuore non le consentiva altrimenti. Sappia chi vuole saperlo che è la donna XTABAY quella che esce dal fiore TZACAM, fiore di cactus spinoso e rigido, che quando vede passare un uomo torna alla vita e lo nasconde sotto rovi frondosi mentre pettina i suoi lunghi capelli con un pezzo di TZACAM. Segue gli uomini finchè riesce ad attrarli, poi li seduce ed infine li uccide nella frenesia di un amore infernale.

Tratta da Mario Diaz Triay, Guia Turística de la Península de Yucatán – La tierra de los Mayas del 1979

Per approfondire in spagnolo: http://www.mayas.uady.mx/articulos/art_02.html

Parola di Malinche

Collochiamoci approssimativamente nella prima metà del ‘500, in una parte di quel territorio che oggi è chiamato Messico, precisamente nella regione del Chiapas. In questo quadro fa la sua comparsa la figura di Malinalli Tenépatl, la Malinche o Doña Marina. La Malinche è una donna mexica che da piccola viene ceduta come schiava ai Maya di Tabasco, la sua lingua materna è il nàhuatl e la lingua dei suoi padroni il maya. Viene regalata come schiava a Hernán Cortés il 15 marzo 1519, fa da interprete náhuatl-maya, mentre il naufrago spagnolo Jerónimo de Aguilar traduce dal maya allo spagnolo, finchè non apprende anche quest’ultimo idioma. Battezzata ed apostrofata come Marina la Lengua, ebbe un figlio illegittimo da Cortés, uno dei primi meticci di cui la Storia americana mantiene memoria. Marina giocò un ruolo fondamentale nella conquista del Messico. Bernal Díaz del Castillo, nella sua Historia verdadera de la conquista de la Nueva España, ne fa ripetuti elogi e registra la gioia degli spagnoli all’apprendere che era scampata alla Noche Triste.  In seguito Cortés la fece sposare all’hidalgo Juan Jaramillo, da cui sembra aver avuto una figlia. Morì a causa di una epidemia di vaiolo. Per i messicani la figura di Malinche spesso si sovrappone a quella della Chingada, che potremmo tradurre come “la violata”. Traduco, integro e riassumo liberamente dal Laberinto de la soledad di Octavio Paz (1950):

“Chi è la Chingada? Prima di tutto, è la Madre, una figura mitica. Una delle rappresentazioni messicane della maternità, come la Llorona, il fantasma che cerca e piange i suoi figli, o la “sufrida madre mexicana” che si festeggia il 10 maggio. La Chingada è la madre che ha sofferto, metaforicamente o realmente, l’azione corrosiva e infamante implicita nel verbo che le da il nome. Chingar, violentare, implica tra le altre cose l’idea di fallimento. In Messico i significati della parola sono innumerevoli. E’ una parola magica. Basta un cambiamento di tono, un’inflessione appena, per variarle il significato. Esistono tante sfumature quante intonazioni: tanti significati quanto sentimenti. Sopra ad altri: violenza. E’ un verbo maschile, attivo, crudele: colpisce, ferisce, strappa, macchia. E provoca un’amara, risentita soddisfazione in chi lo esercita. Chingado è il passivo, l’inerte e aperto, in opposizione a chi chinga, attivo, aggresivo e chiuso. Chingón è il maschio, chi apre. La chingada, la femmina, la passività pura, inerme di fronte all’esterno. La relazione tra i due è violenta, determinata dal potere cinico del primo e l’impotenza dell’altra. L’idea di violenza regge oscuramente tutti i significati. La dialettica del chiuso e dell’aperto si compie così con precisione quasi feroce. Il potere magico della parola si intensifica con il carattere proibito. Non si dice in pubblico. Solo un eccesso di collera, un’emozione l’entusiasmo delirante, giustificano l’espressione. Una voce che si usa solo tra uomini, o nelle grandi feste [si noti la connotazione identitaria con la nazione]. Hijos de la chingada: Per il messicano la vita è una possibilità di chingar o di essere chingado. Vale a dire, di umiliare, castigare e offendere. O l’inverso. Questa concezione della vita sociale come combattimento genera fatalmente la divisione della società in forti e deboli. I forti, i chingones senza scrupoli, duri e inesorabili si circondano di fedeltà ardenti e interessate. Il servilismo di fronte ai potenti – specialmente tra la casta dei “politici”, è tipico dei professionisti degli affari pubblici – è una dele deplorevoli conseguenze di questa situazione. L’altra, non meno degradante, è l’adesione alle persone e non ai principi. Frequentemente i nostri politici confondono gli affari pubblici con quelli privati. Non importa. La loro ricchezza o l’influenza presso l’amministrazione gli permette di sostenere una masnada che il popolo chiama, giustamente, di “lambiscones” (lecchini). Non è un segreto per nessuno che il cattolicesimo messicano si concentra nel culto alla Vergine di Guadalupe. In primo luogo: si tratta di una Vergine india; poi: il luogo della sua apparizione (all’indio Juan Diego) è una collina che prima ospitava un santuario dedicato a Tonantzín, “nuestra madre” dea della fertilità azteca. In contrapposizione a Guadalupe, che è la Madre vergine, la Chingada è la Madre violentata. Doña Marina si è convertita in una figura che rappresenta le indie, fascinate, violate o sedotte dagli spagnoli. E come il bambino non perdona sua madre che lo abbandona per andare in cerca di suo padre, il popolo messicano non perdona il tradimento della Malinche. Lei incarna l’aperto, il violato, di fronte ai nostri indios, stoici, impassibili e chiusi. Cuauhtémoc e doña Marina sono così due simboli antagonisti e complementari. E se non è sorprendente il culto che tutti professiamo verso il giovane imperatore -“único héroe a la altura del arte”, immagine del figlio sacrificato -, nemmeno è inconcepibile la maledizione che pesa sulla Malinche. Da qui il successo dell’agettivo dispregiativo “malinchista“, recentemente messo in circolazione dai giornali per denunciare tutti i contagiati da tendenze esterofile. I malinchistas sono coloro che ritengono che il México debba aprirsi all’esterno: i veri figli della Malinche, che è la Chingada in persona. Di nuovo appare il chiuso in opposizione all’aperto. La strana permanenza di Cortés e della Malinche nell’immaginazione e nella sensibilità dei messicani contemporanei rivela che sono qualcosa di più che figure storiche: sono simboli di un conflitto segreto, ancora irrisolto.”

La Malinche è insomma un simbolo maledetto e ambivalente, come osserva Cristina González nel suo libro*, di un archetipico tradimento delle proprie origini e della patria: del resto esiste una precisa correlazione semantica tra la traición, il tradimento, e la traducción, la traduzione. Ma allo stesso tempo è un forte simbolo materno, la cui passività consente a lei stessa ed alla sua progenie di sopravvivere, modificandosi, adattandosi, diventando altro: il paradossale paradigma del meticcio.

*Doña Marina la Malinche y la formación de la identidad mexicana del 2002