Il Continente e il Carnevale

Mentre il Carnevale in Europa, dall’ottocento in poi, tende a trasformarsi in una festa in tono minore, cui sono negati giorni non lavorativi o grandi rituali e festeggiamenti, in America Latina è diffusamente una delle feste più importanti dell’anno, complice anche il periodo in cui si festeggia che in molte zone è sinonimo di clima dolce e temperato.

Non c’è solo quello maestoso di Rio de Janeiro, come molti erroneamente pensano: ne esistono di variopinti ed originali a partire dalle isole del Caribe fino ad arrivare al Cono Sur. Quello di Barranquilla, una città colombiana non lontana da Cartagéna de Indias, è particolarmente vistoso e caratteristico. Le culture dei diversi gruppi umani che arrivarono sulle sue coste con il trascorrere del tempo crearono nuove espressioni che ormai formano parte dell’identità della città, il cui Carnevale è l’espressione popolare più significativa. Una festa in cui tutti diventano protagonisti: così come succede nelle danze africane, il ballerino è anche spettatore e lo spettatore si trasforma in ballerino. La festa venne importata in America dalla Spagna, ne abbiamo tracce già dal XV secolo, e nasce dalla fusione tra le antiche feste pagane e la tradizione cattolica; la prima di cui si ha notizia a Barranquilla risale ad oltre un secolo fa, quando era ancora un paesino, ed è cresciuta sia spazialmente che temporalmente con la città stessa: protagoniste danze come cumbias, porros, mapalés, gaitas, chandés, puyas, fandangos e merecumbés, ritmi provenienti dall’Africa o dall’espressione musicale dei Caraibi, come la salsa e il merengue, oltre ad altri come il vallenato, ed al reggaeton tropicale. La cumbia è il ritmo principale del Carnevale, specialmente nelle sfilate della Batalla de Flores e della Gran Parada, in cui grandi gruppi danzano in coppia, simulando un corteggiamento. Importante è anche il mapalé, che ricalca i movimenti della pesca in cui donna e uomo si muovono contraendo l’addome. Gli ingredienti che compongono il carnevale sono dunque danza, musica, artigianato e maschere, la sua caratteristica principale è l’essere indigeno, bianco e nero, ed anche mulatto, zambo, meticcio. In una parola pluriculturale: le danze e la musica sono espressione di tutti i popoli che compongono il Caribe colombiano, la conflueza di correnti venute dal fiume Magdalena, dal Mar Caribe, scese dalla Sierra, o arrivate dalla savana. Questa diversità si raggrupa in sette grandi blocchi espressivi: Danzas tradicionales, tipiche del folklore del Caribe; Danzas de Relación, che includono anche versi di presentazione; Danzas Especiales, coreografie con argomento propio; Comparsas, ovvero improvvisazioni di ballo e coreografia; Comedias, cioè teatro popolare di tradizione orale; Letanías, gruppi di tradizione orale che recitano versi con un solista e un coro; infine i Disfraces, maschere individuali o collettive alla base del Carnevale, quelle più tradizionali sono: marimonda, el garabato, el congo, el torito ed el monocuco, quest’ultimo di origine europea. Nel  1903 si organizza la prima Batalla de Flores, per celebrare la fine della Guerra de los Mil Días. A partire dal 1974 si ripropone una trazione che era andata perduta: la Guacherna, sfilate con cumbia e tamburi notturni che allietano i vari quartieri della città. Nel 2003 la festa viene dichiarata “Obra Maestra del Patrimonio Oral e Intangible de la Humanidad” dall’Unesco. Il martedì grasso, come chiusura si effettua el  entierro de Joselito Carnaval, personaggio che simboleggia la festa, l’ultimo giorno stanco e ubriaco, che resusciterà l’anno seguente. Vi è venuta voglia di un giro sulla costa colombiana a febbraio prossimo?

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La setta di Julio

Julio Cortázar è considerato da molti uno dei migliori autori del “Boom” latinoamericano degli anni ‘60. La sua opera più importante, che gli diede fama internazionale, è Rayuela (1963), un romanzo sperimentale che si compone di 155 capitoli, 99 dei quali sono “fungibles”, ovvero si possono leggere in varie sequenze secondo la preferenza del lettore. Scrisse inoltre le raccolte di racconti Bestiario (1951), Final del juego (1956), Las armas secretas (1959), Todos los fuegos el fuego (1966), e i romanzi Los premios (1960) e La vuelta al día en ochenta mundos (1967), l’indimenticabile Historias de cronopios y de famas (1962). Cortázar e Italo Calvino furono buoni amici e colleghi che condividevano una comune visione del mondo e della scrittura. Cortázar, più vecchio di 9 anni morirà solo un anno prima di Calvino (1923-1985). Il primo, che per tutta la vita scrive in spagnolo e mantiene la nazionalità argentina, pur vivendo a Parigi per oltre trent’ anni, era nato per caso a Bruxelles. Calvino, italiano per lingua e cultura, era nato per caso a Cuba. I due avevano iniziato a frequentarsi quando la moglie di Calvino che lavorava come traduttrice all’ Unesco, aveva fatto amicizia con la prima moglie di Cortázar. Nel ‘ 64 lo scrittore argentino aveva proposto Calvino come membro della giuria del premio Casa de las Americas. Entrambi appoggiarono la rivoluzione cubana e quella nicaraguense, entrambi si dedicarono alla sperimentazione dell’ ipertesto, ovvero di testi che si possono leggere anche in modo frammentato, intrapresa da Cortázar con Rayuela e poi seguita da Calvino nel Castello dei destini incrociati. Anche se cronologicamente Cortázar rientra nel “Boom” assieme a Carlos Fuentes, Mario Vargas Llosa e García Márquez, la sua è prevalentemente una letteratura fantastica, per niente inclusa nel “realismo magico”, molto più legata alla quotidianità e all’eternità del fantastico. Jorge Luis Borges si accorgerà di lui facendolo pubblicare sulla rivista Sur ed includendo un suo racconto nella seconda edizione di Antologìa de la literatura fantàstica curata con Adolfo Bioy Casares e Silvina Ocampo. Ora Cortázar riposa nel cimitero di Montparnasse. Il culto che gira attorno allo scrittore è ovattato, ma persistente e contagioso al punto da poter competere con icone pop del calibro di Jim Morrison. Rivoluzionario il suo pensiero politico, sperimentatore nella sua creazione letteraria, malato di “gigantismo” fisico a causa di uno scompenso ormonale, Cortázar ogni giorno cresceva di più ed è morto nel mistero come tutte le leggende. In una delle innumerevoli biografie, quella dell’ex-amante uruguaiana Cristina Peri Rossi, si sostiene che sia morto di Aids invece che di leucemia, come riporta la versione ufficiale. Il culto di Cortázar continua a ispirare le opere degli scrittori di oggi e i pellegrinaggi dei suoi lettori, che ripercorrono gli itinerari dell’autore e dei suoi personaggi, tra il fantastico e l’autobiografico. Parigi è il teatro elettivo di questi tour, che hanno come guida il libro più famoso, Rayuela (Il gioco del mondo o della campana). Questo culto somiglia a quello di un altro innovatore scrittore latinoamericano, morto nel 2003: Roberto Bolaño, sperimentatore e bizzarro cileno di cui vi parlerò presto.