Una “extracomunitaria” per fare l’Italia

Non saprei dare torti e ragioni. Non ho abbastanza elementi per parteggiare con cognizione di causa per l’una o l’atra fazione. Resta solo che tutte hanno combattuto giocandosi il tutto per tutto, mescolando gli ideali a condizioni e sentimenti personali. Il risultato di questo conflitto è un posto chiamato Italia. Brigantesse, combattenti, coraggiose donne contro corrente: tra loro la più nota Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, conosciuta come Anita (Laguna, Brasile 30 agosto 1821- Mandriole di Ravenna, Italia 4 agosto 1849). Quel che credo sia più importante ora è ricordare le loro storie, farle emergere dall’oblio, per questo saluto con piacere le riprese della miniserie Rai che andrà in onda in autunno su Anita Garibaldi,  interpretata da Valeria Solarino e Giorgio Pasotti con la regia di Claudio Bonivento incentrata sui dieci anni della relazione tra Garibaldi e Anita, dal 1839 data dell’incontro della coppia in Brasile in cui lei aveva 18 anni e lui 32, alla sua morte nelle paludi del ravennate durante i moti del ‘48.

Anita, un monumento di Mario Rutelli del ’32 al Gianicolo la ricorda al galoppo, con un figlio in braccio ed una pistola nella mano, sotto ora sono custodite le sue ceneri. L’unica donna profondamente amata da Garibaldi, giovanissima si legò a lui, condividendo fino alla fine una vita avventurosa e complicata, fatta di stenti e sacrifici, ma anche e soprattutto di ideali e battaglie per terra e per mare, dall’America all’Italia.

Brasiliana figlia di un mandriano, in famiglia era chiamata Aninha, diminutivo di Ana in portoghese. Fu Garibaldi ad attribuirle il diminutivo spagnolo di Anita, con il quale è universalmente nota. Dopo che la famiglia si fu trasferita a Laguna, nel 1834, in pochi mesi morirono il padre e tre fratelli maschi. Il trasferimento sembra si fosse reso necessario per allontanarsi dalle minacce di vendetta di un carrettiere di Morrinhos, luogo in cui vivevano, il quale, avendo importunato Anita con “modi poco rispettosi”, si era visto sfilare il sigaro di bocca dalla ragazzina che glielo spense sul viso. Il 30 agosto 1835, a 14 anni, Anita diventa moglie di un calzolaio, Manuel Duarte de Aguiar, nella cittadina di Laguna, lo attesta un atto di matrimonio ancora esistente ed una testimonianza dello stesso Garibaldi nelle sue “Memorie“. Nel luglio del 1839 incontra Garibaldi a Laguna, da quel momento, dopo aver abbandonato il marito, Anita sarà la donna di Garibaldi, la madre dei suoi figli e compagna di tutte le sue battaglie. Combatterà sempre al pari degli uomini. All’inizio del 1840, nella battaglia di Curitibanos, cade prigioniera delle truppe imperiali brasiliane. Il comandante, molto colpito dal temperamento della ragazza, le concede di cercare il cadavere del marito sul campo di battaglia. Anita, approfittando della distrazione delle guardie, ruba un cavallo e fugge. Si ricongiunge con Garibaldi a Vacaria, nel Rio Grande Do Sul. Il 16 settembre 1840 nasce il loro primo figlio al quale danno il nome di Menotti, in onore del patriota Ciro Menotti. Dodici giorni dopo il parto, Anita sfugge nuovamente alle truppe imperiali che avevano circondato la sua casa uccidendo gli uomini lasciati a guardia da Garibaldi. Con il neonato in braccio, esce da una finestra ed a cavallo fugge nella foresta. E’ questo il momento leggendario immortalato dalla statua equestre sul Gianicolo. Rimane nascosta nella selva per quattro giorni, senza viveri e con il figlio al petto viene ritrovata dal compagno. Nel 1841, essendo divenuta caotica la situazione militare della rivoluzione brasiliana, Garibaldi e Anita si trasferiscono a Montevideo, vi rimarranno sette anni durante i quali l’uomo manterrà la famiglia impartendo lezioni di francese e di matematica. Nel 1842 i due si sposano. Stando alle sue “Memorie“, Garibaldi dovette dichiarare formalmente di avere notizia certa della morte del precedente marito di Anita. Negli anni successivi nascono i figli: Rosita (1843) morta a 2 anni, Teresita (1845) e Ricciotti (1847), quarto e ultimo figlio. Nel 1848, alla notizia delle prime rivoluzioni europee, Anita con i figli si imbarca per Nizza dove viene ospitata dalla suocera, il marito la raggiungerà qualche mese più tardi.  Il 9 febbraio 1849 presenzia a Roma alla proclamazione della Repubblica Romana. Gli eserciti francese e austriaco attaccano la città eterna per ripristinare il potere papale, ma i garibaldini danno vita ad una eroica resistenza, respingendo gli assalti quartiere per quartiere per molti giorni. La superiorità di uomini e mezzi a disposizione delle forze avversarie è comunque schiacciante e dopo l’ultimo scontro sostenuto nella zona del Gianicolo, Garibaldi e i suoi sono costretti alla fuga.

Dopo la resa di Roma  Garibaldi ed Anita assieme ai compagni, compiono un disperato viaggio verso Venezia che ancora resisteva agli Austriaci con la speranza di  trasferire l’insurrezione nell’Italia centrale ma, inseguiti da truppe francesi, pontificie ed austriache, nel luglio del 1849  ripiegarono verso la Repubblica di San Marino, poi infine nel ravennate. Anita è incinta di sei mesi, ha contratto la malaria perniciosa, viene portata presso la fattoria del patriota Guiccioli:

“Nel posare la mia donna in letto, mi sembrò di scoprire sul suo volto, la fisionomia della morte. Le presi il polzo…più non batteva! Avevo davanti a me la madre de’ miei figli, ch’io tanto amava! Cadavere!…” Giuseppe Garibaldi, Memorie, [Milano] : Kaos, 2006

Garibaldi è costretto a riprendere la fuga. Piegato dalla sconfitta e dai rimorsi si salverà e si trasferirà in Perù per poi acquistare metà dell’isola di Caprera e finirvi i suoi giorni.

Il cadavere di Anita, rinvenuto il 10 agosto del ’49 dalla polizia papalina, rivelò segni evidenti di strangolamento, come recita il rapporto del delegato della polizia di Ravenna, il conte Alberto Lovatelli, al legato pontificio:

“Fu osservato avere gli occhi sporgenti e metà della lingua sporgente tra i denti, nonché la trachea rotta e un segno circolare intorno al collo, segni non equivoci di sofferto strangolamento”. Secondo alcune ricostruzioni storiche Garibaldi avrebbe affidato la sua sepoltura ai fattori Ravaglia, che gli avevano dato rifugio. La malaria perniciosa nello stadio finale può provocare morte apparente: è possibile che Anita rinvenne poco prima della sepoltura e per paura i fattori la strangolarono temendo l’arrivo della polizia che inseguiva Garibaldi.

http://www.capannogaribaldi.ra.it/trafila/index_trafila.htm

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Parola di Malinche

Collochiamoci approssimativamente nella prima metà del ‘500, in una parte di quel territorio che oggi è chiamato Messico, precisamente nella regione del Chiapas. In questo quadro fa la sua comparsa la figura di Malinalli Tenépatl, la Malinche o Doña Marina. La Malinche è una donna mexica che da piccola viene ceduta come schiava ai Maya di Tabasco, la sua lingua materna è il nàhuatl e la lingua dei suoi padroni il maya. Viene regalata come schiava a Hernán Cortés il 15 marzo 1519, fa da interprete náhuatl-maya, mentre il naufrago spagnolo Jerónimo de Aguilar traduce dal maya allo spagnolo, finchè non apprende anche quest’ultimo idioma. Battezzata ed apostrofata come Marina la Lengua, ebbe un figlio illegittimo da Cortés, uno dei primi meticci di cui la Storia americana mantiene memoria. Marina giocò un ruolo fondamentale nella conquista del Messico. Bernal Díaz del Castillo, nella sua Historia verdadera de la conquista de la Nueva España, ne fa ripetuti elogi e registra la gioia degli spagnoli all’apprendere che era scampata alla Noche Triste.  In seguito Cortés la fece sposare all’hidalgo Juan Jaramillo, da cui sembra aver avuto una figlia. Morì a causa di una epidemia di vaiolo. Per i messicani la figura di Malinche spesso si sovrappone a quella della Chingada, che potremmo tradurre come “la violata”. Traduco, integro e riassumo liberamente dal Laberinto de la soledad di Octavio Paz (1950):

“Chi è la Chingada? Prima di tutto, è la Madre, una figura mitica. Una delle rappresentazioni messicane della maternità, come la Llorona, il fantasma che cerca e piange i suoi figli, o la “sufrida madre mexicana” che si festeggia il 10 maggio. La Chingada è la madre che ha sofferto, metaforicamente o realmente, l’azione corrosiva e infamante implicita nel verbo che le da il nome. Chingar, violentare, implica tra le altre cose l’idea di fallimento. In Messico i significati della parola sono innumerevoli. E’ una parola magica. Basta un cambiamento di tono, un’inflessione appena, per variarle il significato. Esistono tante sfumature quante intonazioni: tanti significati quanto sentimenti. Sopra ad altri: violenza. E’ un verbo maschile, attivo, crudele: colpisce, ferisce, strappa, macchia. E provoca un’amara, risentita soddisfazione in chi lo esercita. Chingado è il passivo, l’inerte e aperto, in opposizione a chi chinga, attivo, aggresivo e chiuso. Chingón è il maschio, chi apre. La chingada, la femmina, la passività pura, inerme di fronte all’esterno. La relazione tra i due è violenta, determinata dal potere cinico del primo e l’impotenza dell’altra. L’idea di violenza regge oscuramente tutti i significati. La dialettica del chiuso e dell’aperto si compie così con precisione quasi feroce. Il potere magico della parola si intensifica con il carattere proibito. Non si dice in pubblico. Solo un eccesso di collera, un’emozione l’entusiasmo delirante, giustificano l’espressione. Una voce che si usa solo tra uomini, o nelle grandi feste [si noti la connotazione identitaria con la nazione]. Hijos de la chingada: Per il messicano la vita è una possibilità di chingar o di essere chingado. Vale a dire, di umiliare, castigare e offendere. O l’inverso. Questa concezione della vita sociale come combattimento genera fatalmente la divisione della società in forti e deboli. I forti, i chingones senza scrupoli, duri e inesorabili si circondano di fedeltà ardenti e interessate. Il servilismo di fronte ai potenti – specialmente tra la casta dei “politici”, è tipico dei professionisti degli affari pubblici – è una dele deplorevoli conseguenze di questa situazione. L’altra, non meno degradante, è l’adesione alle persone e non ai principi. Frequentemente i nostri politici confondono gli affari pubblici con quelli privati. Non importa. La loro ricchezza o l’influenza presso l’amministrazione gli permette di sostenere una masnada che il popolo chiama, giustamente, di “lambiscones” (lecchini). Non è un segreto per nessuno che il cattolicesimo messicano si concentra nel culto alla Vergine di Guadalupe. In primo luogo: si tratta di una Vergine india; poi: il luogo della sua apparizione (all’indio Juan Diego) è una collina che prima ospitava un santuario dedicato a Tonantzín, “nuestra madre” dea della fertilità azteca. In contrapposizione a Guadalupe, che è la Madre vergine, la Chingada è la Madre violentata. Doña Marina si è convertita in una figura che rappresenta le indie, fascinate, violate o sedotte dagli spagnoli. E come il bambino non perdona sua madre che lo abbandona per andare in cerca di suo padre, il popolo messicano non perdona il tradimento della Malinche. Lei incarna l’aperto, il violato, di fronte ai nostri indios, stoici, impassibili e chiusi. Cuauhtémoc e doña Marina sono così due simboli antagonisti e complementari. E se non è sorprendente il culto che tutti professiamo verso il giovane imperatore -“único héroe a la altura del arte”, immagine del figlio sacrificato -, nemmeno è inconcepibile la maledizione che pesa sulla Malinche. Da qui il successo dell’agettivo dispregiativo “malinchista“, recentemente messo in circolazione dai giornali per denunciare tutti i contagiati da tendenze esterofile. I malinchistas sono coloro che ritengono che il México debba aprirsi all’esterno: i veri figli della Malinche, che è la Chingada in persona. Di nuovo appare il chiuso in opposizione all’aperto. La strana permanenza di Cortés e della Malinche nell’immaginazione e nella sensibilità dei messicani contemporanei rivela che sono qualcosa di più che figure storiche: sono simboli di un conflitto segreto, ancora irrisolto.”

La Malinche è insomma un simbolo maledetto e ambivalente, come osserva Cristina González nel suo libro*, di un archetipico tradimento delle proprie origini e della patria: del resto esiste una precisa correlazione semantica tra la traición, il tradimento, e la traducción, la traduzione. Ma allo stesso tempo è un forte simbolo materno, la cui passività consente a lei stessa ed alla sua progenie di sopravvivere, modificandosi, adattandosi, diventando altro: il paradossale paradigma del meticcio.

*Doña Marina la Malinche y la formación de la identidad mexicana del 2002

Baires Murga, un po’ di storia

Il film Gilda (1946) viene ricordato per l’interpretazione di Rita Hayworth, i suoi costumi, la sua sensualità, le canzoni. Pochi ricordano che una parte del film si svolge durante il Carnevale di Buenos Aires, dal momento che la città e la festa non sono connotate spiccatamente all’interno della storia. A parte l’esotismo che evoca il nome Buenos Aires, non ci sono particolari che lo distinguono  da tante altre feste di Carnevale in qualsiasi città del mondo: maschere, baldoria, alcohol. Questo Carnevale invece, come quello che si festeggia in molte altre località argentine, ha delle sue specifiche peculiarità: una su tutte la Murga, che proprio in quell’epoca conosce il suo auge. La Murga può essere definita un’espressione corale, teatrale, musicale e popolare, diffusa principalmente in Spagna, da cui prende origine, Panama, Colombia, Argentina e Uruguay. La differenza più spiccata tra la Murga di Buenos Aires e quella di altre località argentine consiste nei ritmi, nel canto e nell’ubicazione. A Buenos Aires i gruppi si raccolgono in un luogo fisso, si esibiscono e cantano, in altre città invece sfilano soltanto ed il canto non è presente.

In città il Carnevale iniziò ad essere festeggiato nel ‘600, mescolando elementi prettamente spagnoli con il candombe ballato dagli schiavi neri. Durante il Carnevale fin dall’ottocento si usava tirare gavettoni d’acqua, inizialmente uova riempite con acqua o acqua di colonia. Dagli anni venti, con la trasformazione della città e la sua veloce espansione, i quartieri vanno assumendo sempre maggiore identità e rilevanza. I vari gruppi etnici occupano in prevalenza l’uno o l’altro: gli italiani a La Boca, gli arabi El Once, i neri San Telmo e Montserrat  etc. Questo nuovo assetto è rappresentato da una nuova forma di aggregazione, la Murga appunto: un gruppo costituito da una ventina di ragazzi del quartiere che si riuniscono per sfilare e cantare durante il Carnevale, con strumenti e maschere fatti in casa. Lo strumento portante è “el bombo con platillo”, la grancassa portata dagli immigrati spagnoli, le canzoni sono picaresche, goliardiche, parodie delle bande militari o popolari, poi ci sono le “fantasias”: sfilate ed esibizioni di bandiere, ventagli e maschere tipiche al ritmo di milonga, candombe e rumba. Negli anni ’50 queste libere manifestazioni si vanno sempre più canonizzando ed i quartieri diventano il centro dell’identità dei gruppi, con propri colori e nomi specifici, ad ogni quartiere è associato uno stile di danza ed un ritmo specifico. La performance delle Murgas è scandita da passaggi fissi: sfilata d’entrata, canzone di presentazione, canzone finale o ritirata ed una sfilata in cui i ballerini si scatenano esibendo la propria destrezza, il tutto introdotto da un presentatore che commenta i singoli passaggi. Il gruppo può comprendere da cinquanta ad oltre cento persone, fino agli anni ’40 rigorosamente uomini, in seguito anche donne, seppure in minoranza. Successivamente nei club di quartiere si iniziano ad organizzare grandi balli di Carnevale molto frequentati, allietati da orchestre jazz, musica tropicale e tango. Per esercitare un controllo sulla festa ad un certo punto viene introdotta una legge secondo la quale qualsiasi persona in maschera deve esibire un permesso rilasciato da un commissariato, al fine farsi riconoscere. Controlli e proibizioni sempre più serrate segnano il declino della festa fino alla dittatura del ’76, anno in cui le festività del Carnevale saranno annullate addirittura per decreto. Nel 1997 il Carnevale di Buenos Aires viene dichiarato Patrimonio culturale della Città. Nel 2000 le Murgas furono valutate per la prima volta da una giuria, al fine di stimolare la motivazione per aumentare la qualità dello spettacolo. Attualmente se ne contano oltre 130, ma esiste anche un circuito alternativo di Murgas che preferiscono autogestirsi e si definiscono Murgas independientes.

http://www.etnostudi.it/AltraMusica/Murgas.htm

Cimarronaje. Perfino il Tango…

Quando, nel 1880, poteva considerarsi definitivamente conclusa la campagna contro l’Indio, iniziavano  ad installarsi in Argentina le prime ondate di immigranti. In queste  circostanze, all’insegna dell’ibridazione e del meticciato, si costituì il fenomeno culturale più caratterizzante della nazione: il tango. Su entrambe le sponde del Río de la Plata, tra Buenos Aires e Montevideo, i neri organizzavano, già dai primi anni dell’ottocento, feste chiamate candombes, all’interno delle quali venivano istituiti balli di gruppo detti tambos, o tangos. Le musiche che li accompagnavano erano contraddistinte da una ricchezza ritmica in contrasto con scarse e brevi frasi melodiche.Verso la fine del secolo, con le merci provenienti da Cuba sbarcò anche la habanera, musica melodica in due quarti, facilmente ballabile. Questi elementi, assieme al Valzer, di origine europea, e la Milonga, proveniente dall’interno del paese, fondendosi vanno a costituire l’ossatura ritmica e melodica del tango.Anche la danza sembra affondare le sue origini nell’esigua componente nera della società argentina: all’epoca dei candombes, infatti,  fra i criollos faceva scalpore l’ombligada, danza considerata sguaiata ed azzardata e, per questo motivo, condannata in varie occasioni sia dal clero che dalle classi alte. Nel 1852 la minoranza nera che abitava nei pressi di Buenos Aires (e già!), dopo l’espulsione di Rosas, era stata segregata negli ormai mitici quartieri di San Telmo e Montserrat, ai bordi della città, in cui iniziavano ad incorporarsi anche gli immigrati ed i compadres, argentini di seconda  generazione ed oltre, ex combattenti o semplicemente gauchos trasferitisi in città. Le antiche ed ampie dimore coloniali, ora dette conventillos, vengono  suddivise in piccoli appartamenti,  in cui la milonga si suona al ritmo delle percussioni di origine africana e si inizia a ballare come una sorta di habanera ma con cortes y quebradas, ovvero interrompendo e riprendendo di scatto la danza nell’intento di dimostrare abilità nell’improvvisare le figure. L’uomo dirigeva il passo comunicando con la donna attraverso una lieve pressione della mano destra sulla schiena di lei, che aveva il compito di seguire ed intuire le figure successive, infatti la peculiarità del tango sta nel non essere una danza con figure prestabilite, nel non avere mai maturato sequenze fisse al contrario degli altri balli di sala. E’ opinione diffusa che i tanghi non fossero, da principio, corredati da testi; in verità il canto era un elemento presente fin dall’inizio, pur essendo pressappoco improvvisato o comunque di poche pretese, monotono o scherzoso, spesso scurrile; ma quando Carlos Gardel, nel 1917, cantò  per la prima volta Mi noche triste al teatro Esmeralda, creò lo stile, il canone del tango-canción, pur trattandosi di un brano musicale già noto cui erano state aggiunte le parole: tutte le norme basilari in materia di canto, lessico e tematiche del testo vengono fissate a partire da quella prima interpretazione e da essa si dirama ed accresce il genere.

Cosa si intende per America Latina

Mi sono imbattuta in un bel libro divulgativo sulla Storia dell’America Latina appena uscito, alcune scelte non sono ai miei umili occhi del tutto condivisibili ma lo ritengo un esperimento ben riscito:

Loris Zanatta, Storia dell’America Latina contemporanea, Laterza : 2010

L’autore, un accademico, spiega con rara chiarezza cosa significa America Latina e tutte le complesse sfumature sull’identità in trasformazione di questo continente, cito testualmente di seguito:

“…per America Latina s’intende un concetto storico, non geografico. S’intende cioè quell’area del continente americano dove dal XVI secolo s’è impiantata la civiltà iberica. L’area insomma colonizzata dai regni di Spagna e Portogallo. Come tale, l’America Latina evoca un’idea di civiltà. Ciò significa che in termini geografici essa si divide in tre tronconi: il Nord America, cui appartiene il Messico, il Centro America, di cui fan parte i piccoli paesi dell’Istmo e caraibici, e infine il Sud America. Ed implica che non tutte le terre che stanno a sud degli Stati Uniti siano America Latina…”

Fino a pochi anni fa il dibattito sul come nominare quest’area era aperto ed acceso. Gli Stati Uniti erano riusciti con una sineddoche a farsi chiamare “America” in esclusiva, circolavano dunque definizioni di vario genere per ciò che era America al di fuori degli USA: Ispanoamerica, Iberoamerica, Amerindia. Ora, un po’ per il fatto che le massicce migrazioni negli Stati Uniti hanno fatto emergere la cultura di coloro che si autodefiniscono latinos e che in inglese si dice Latin America, ci si è tutti via via attestati sul termine America Latina o Latinoamerica. Ma attenzione, l’aggettivo “latina” rimanda anche al fatto che, afferma Zanatta:

“…L’America Latina contemporanea [è] una regione più prossima all’Europa latina di quanto non si sia solitamente disposti ad ammettere.”

Insomma L’America Latina è vicina…ma ancora ci si interroga: L’invenzione dell’America latina.