Latinoamerica e multiculturalismo

Dal punto di vista etnico e culturale l’America Latina è formata da quattro gruppi umani: l’indio, lo spagnolo, il nero e l’immigrato; questi gruppi, a differenti livelli, sono sempre presenti nelle società, nella cultura e nell’identità del continente. Secondo Miguel Rojas Mix la cultura detta “india” è il risultato di un lungo processo di evoluzione e cambiamenti: si tratta del prodotto del sistema di sfruttamento introdotto dal regime coloniale. Infatti il concetto di “indio” sorse con la conquista, iniziò ad esistere quando gli abitanti delle antiche civiltà precolombiane e le antiche tribù smisero di essere culture per trasformarsi in caste all’interno del sistema spagnolo.

Gli indios iniziarono ad esistere in quanto prodotto dell’immaginario europeo, dunque l’identità dell’indio è semplicemente un’immagine imposta: non si tratta del nome razziale o tribale, ma della designazione dello sconfitto. La “questione indigena”, che il mondo coloniale non si pose perché intento a stabilire il grado di umanità degli “indios”, sorse nel XIX° secolo con l’indianismo, si sviluppò con l’indigenismo degli anni venti del novecento ed è giunto ora alla tappa dell’indianità, ovvero alla rivendicazione da parte degli stessi popoli indigeni.

Diverse popolazioni indigene riuscirono a resistere e controllare con successo molte vie di comunicazione iberiche fino ai primi decenni dell’ottocento. Ciò poté accadere fin quando l’occupazione effettiva dei territori della corona non fosse stata così estesa da colpire il cuore dell’organizzazione del territorio indigeno: il villaggio e la zona di raccolta che lo circondava. Fino ad arrivare alla frontiera.

Accanto alle motivazioni economiche la frontiera ottocentesca, soprattutto argentina, aveva anche un carattere politico: gli stati nazionali avevano la necessità di inglobare terre marginali sotto il profilo economico, ma importanti strategicamente, per difendersi dall’occupazione degli stati confinanti. In questo periodo si venne sviluppando il movimento indianista, che però si concentrò sul passato indiano, negando l’identità dell’indio contemporaneo ed assimilandolo al paesaggio.

Di contro l’indigenismo radicale non riconobbe come apporti positivi la religione e la civilizzazione soprattutto in relazione ad istituzioni come l’encomienda ed il repartimiento; in questo senso sarebbe stata necessaria una rivoluzione indiana per far fronte alla continuità del genocidio. In virtù di questo dibattito si smise di pensare che l’indio dovesse sottostare al paternale dominio creolo e lo si iniziò a considerare protagonista della storia ed attore sociale, in quanto rappresentante della maggioranza che forma la base del continente. L’indigenismo della rivoluzione messicana non viene preceduto da un movimento teorico, come nei precedenti casi, ma parte da una rivendicazione contadina che ingloba l’indio in quanto centra le sue esigenze di sussistenza. Grazie alla eco del movimento moralista capeggiato da Rivera e Siqueiros, l’indigeno entra a far parte della rivoluzione messicana grazie ad un’opera di revisionismo storico ed alla consacrazione del meticciato.

 Secondo Mariategui, invece, il mito che avrebbe portato ad un “indio nuevo” sarebbe stato quello socialista, realistico progetto politico ed economico valido per qualunque gruppo sottomesso. Il problema indigeno si accompagna ad un problema di diverse proporzioni ma non meno delicato: quello meticcio. Dall’epoca dell’indipendenza, in cui si abolì lo statuto legale dell’indio, questo termine abbraccia realtà differenti che vanno dal contadino di pelle scura ed ispanofono fino alle comunità di lingua indigena.

Secondo François Chevalier attualmente la distinzione fra indio e non indio viene rimpiazzata da quella fra ricchi e miserabili. Lo stereotipo del meticcio, secondo cui l’incrocio di razze generava un individuo che ereditava il peggio di ognuna, ebbe fortuna a lungo. Il meticcio era considerato un essere di cui nessuna delle due razze poteva fidarsi, un potenziale traditore. Ciò generò un problematico conflitto di identità.

L’America Latina ha, comunque, trovato nel meticciato la strada verso l’identità; tanto che José Maria Arguedas rimprovera a Mariategui di non aver saputo individuare l’importanza di questo fenomeno. Nella sua opera Yawar fiesta si concentra sulla descrizione del meticcio come cellula base della realtà peruviana, prendendo in considerazione anche il fenomeno del meticciato culturale; per l’autore la realtà dell’indio non è nel passato ma nella sua capacità di adattamento ai mutamenti. Infatti osserva che coloro che meglio resistettero alla colonizzazione furono quelli che si acculturarono rapidamente, come gli Arahucano o Tupac Amaru; persino la ribellione culturale dell’arte barocca fu, in un certo senso, meticcia, poiché si avvalse frequentemente di sincretismi.

Il problema degli afroamericani è, sotto molti aspetti, simile a quello indigeno: si assiste, in epoca coloniale, alla disquisizione sulla “umanità”, poi, verso la fine del XIX secolo, alla lotta contro la schiavitù, in cui l’uomo bianco si sente colpevole e prova pena per il suo inferiore (negrismo); finalmente, verso il 1930, inizia a circolare il termine afroamerica e si affrontano studi e dibattiti approfonditi su questa tematica (Fernando Ortíz).

Durante la colonia, secondo concezioni aristoteliche, la razza nera era considerata naturalmente sottomessa in quanto spesso identificata con il diavolo, le tenebre e la degenerazione. Nel 1800, con il diffondersi del positivismo, lo schema storico del progresso gerarchizzava la società in selvaggi, barbari e civilizzati, ciò sancì la definitiva convinzione di superiorità dell’uomo bianco nei confronti del negro. La ricerca di una dignità umana poteva essere intrapresa soltanto prendendo due vie estreme: integrarsi convertendosi al cristianesimo o ribellarsi con il cimarronaje .

Il negrismo nasce alla fine del XIX secolo: si tratta di una attitudine letteraria ed artistica che rileva il tema del buon selvaggio, rendendo protagonista il negro e diffondendo una coscienza antischiavista (Francisco di Suarez; Sab di Gomez Avellaneda). Il negrismo, pur essendo antischiavista, è ancora razzista poiché riproduce personaggi stereotipati ed è carico di pregiudizi, si pensi a Cecilia Valdés di Cirilo Valverde (1882).

La negritud , al contrario, cerca di affermare l’identità culturale nera attraverso la riscoperta dei suoi valori culturali, ma non propone una rivoluzione sociale, né identifica le sue rivendicazioni con quelle di una classe sociale. L’Afroamericanismo invece, partendo dall’identità del negro, si concentra nella lotta di classe: il vero problema non è il colore della pelle ma formare parte dei settori sfruttati. Questi ultimi due termini non sono stati definiti o impiegati con precisione e vengono utilizzati con molta vaghezza, peraltro il termine afroamerica, oltre alla connotazione di influenza culturale, ne ha una geografica, che coincide con la zona del Caribe .

Nonostante le somiglianze con l’indigenismo esistono differenze sostanziali tra i due movimenti: l’afroamericanismo non si riferisce ad un passato concreto, come quello precolombiano, ma ad un mondo altro: quello africano. Inoltre, se l’indigenismo è una attitudine mentale che coinvolge il meticcio, l’afroamericanismo non riguarda il mulatto, che tende a riconoscersi nei bianchi; ma mentre una letteratura indigena non può esistere in quanto l’indio deve farsi meticcio e scrivere in castigliano, traducendo la sua visione del mondo, la letteratura negra esiste ed è contemporanea: il negro non perde la sua identità nel linguaggio del colonizzatore poiché non ne possiede un altro; si tratta di un tipico processo di transculturazione.

Altra componente umana il cui apporto etnico e culturale risulta fondamentale in America Latina è quella immigratoria. Fin dall’epoca della colonia si produsse una peculiare lotta di caste fra immigrati recenti e creoli di vecchia generazione, ma l’accezione “creolo” diviene molto più complessa a partire dal XIX secolo, in cui agli spagnoli si assommano le masse migratorie che andranno a completare il mosaico del meticciato latinoamericano.

L’Argentina è, senza dubbio, il paese che può offrirci l’esempio più caratteristico del fenomeno immigratorio: vi si stabilirono in minima parte francesi ed inglesi, prevalentemente uomini d’affari che si integrarono rapidamente nella élite, tedeschi, che, seppure poco numerosi, si installarono nel paese in forma compatta formando delle piccole oasi teutoniche, un milione di ebrei ed i cosiddetti turchi. Questi ultimi erano palestinesi, libanesi e siriani che alla fine dell’ottocento accedevano al continente con passaporto turco in quanto facenti parte dell’impero ottomano.

La massa migratoria più ingente era composta prevalentemente da contadini italiani; questa sorta di esodo provocò seri problemi di integrazione: in città come Buenos Aires, ad esempio, non si creò un processo di assimilazione, ma di vera e propria ridefinizione dell’identità. Questa situazione determinò un attrito fra argentino del vicereame, cioè della élite, ed argentino del tango: l’oligarchia tenta di rivendicare la propria hispanidad , il popolo conserva la lingua come elemento unificatore ma accoglie le modificazioni del lunfardo e del cocoliche . Da quel momento iniziano a consolidarsi i miti nazionali come il gaucho, emblema di libertà e di coraggio ma anche di individualismo; l’immigrante assimila queste caratteristiche e ne apporta altre, come il senso del risparmio ed il desiderio di ascesa sociale. Il tango diviene l’elemento unificatore in cui il nuovo argentino si immedesima rendendo la sua marginalità una filosofia di vita.

Bibliografia

José Maria Arguedas, Yawar Fiesta , Buenos Aires : Losada, 1973

Vanni Blengino, Oltre l’oceano , Roma : Edizioni Associate, 1987

Francesca Cantù, Coscienza d’America. Cronache di una memoria impossibile , Roma : Ed. Associate, 1998

Alberto Flores Galindo, Perù: identità e utopia. Cercando un Inca , Firenze : Ponte delle Grazie, 1991

G. Gomez de Avellaneda, Sab , Madrid : Imprenta de la Calle Barco No. 26, 1841

Miguel Rojas Mix, Los cien nombres de America. Eso que descubrió Colón , Barcellona : Lumen, 1991

Horacio Salas, Il tango , tr. it. Claudia Martino, Milano : Garzanti, 1992

Anselmo Suárez y Romero, Francisco. El ingenio o las delicias del campo , La Habana : Ed. Arte y Literatura, 1974

Cirilo Villaverde, Cecilia Valdés o La loma del ángel , Madrid : Cátedra, 2000

Saul Yurkievich, Identidad cultural de iberoamerica en su literatura , Madrid: Alhambra, 1986

7 thoughts on “Latinoamerica e multiculturalismo

  1. Non voglio essere offensivo, ma trovo il commento introduttivo stereotipato, superficialmente marxiano e banalmente “politically correct”. Vivo da anni in America Latina, in differenti Paesi, dall’Argentina al Brasile, dal Paraguay a El Salvador, dall’Uruguay al Cile e ciò che leggo non è quasi per nulla vero. Quella della “lotta di caste” fa già ridere, ma la teoria del tango come elemento unificatore del “nuovo argentino” fa letteralmente scompisciare dalle risate! Meno sociologismo d’accatto e maggiore conoscenza storica, please! Saluti cordiali.

    • Salve Gianni,
      puoi essere in totale disaccordo naturalmente, ma sarebbe più interessante ed utile per tutti se motivassi il tuo commento con una tua tesi se vuoi arricchire questi contenuti e non fare banale polemica, che sui blog va tanto di moda… Come spero avrai letto, questa è una sezione in cui raccolgo degli appunti di studio e riporto una bibliografia finale, perciò la maggior parte delle informazioni del post sono ciò che degli studiosi di peso hanno detto sull’argomento. Il vivere in diversi paesi dell’America Latina francamente non mi sembra di per se una garanzia di particolare competenza, diciamo che io pur essendo italiana A) Non so suonare il mandolino B) Non ti saprei dire perchè Berlusconi è ancora al governo ad esempio.

  2. Mi pare che proprio la bibliografia sia carente. È prevalentemente una bibliografia divulgativa, socio-letteraria, “costumbrista” e “terzomodista”, ça va sans dire…. Non è che in nome dell’antiberlusconismo militante si possano poi scrivere scempiaggini, proiettandole sul resto del mondo …
    Anche restando alla sociologia ci sono testi ottimi di autori brasiliani, dai classici di Gilberto Freire e Sergio Buarque de Hollanda. Consiglierei d’iniziare da loro… Saluti!

  3. Vedo che non ci siamo proprio e che hai ben poco da fare nella vita. In primis questo tono da professorino tienitelo per te, è più dignitoso! Anche perché sei tu ad essere venuto sul mio blog ed io, fino a prova contraria, non vedo perché dovrei riconoscere una qualche autorevolezza ad un tizio qualsiasi che spara 2 nomi e 2 aggettivi su un commento, per di più prendendo in considerazione autori di un solo paese, per quanto esteso.
    Poi: bibliografia carente rispetto a cosa? Ti sei dato degli standard che il “resto del mondo” a tuo avviso deve rispettare? Per una tesi? Una tesina? Un lavoretto? Questa è una pagina di un blog e potrebbe contenere anche una sola riga volendo. E perché mai una bibliografia divulgativa dovrebbe essere negativa? Queste sciocchezze le lascio volentieri all’”Accademia”.
    Inoltre: la tua visione del concetto di blogosfera è per lo meno ingenua e tendenzialmente ignorante: chiunque può aprire un blog raccontando qualsiasi cosa, dai fatti suoi a opinioni su argomenti vari, di fatto tantissimi blog parlano di fatti privati ed esprimono opinioni che non interessano a nessuno, quindi questa “proiezione sul resto del mondo” di cui parli è un problema tuo e delle vittime del digital divide che pensano che se dicono una cosa sul web stanno parlando sulla Rai a reti unificate.
    Per quanto riguarda l’antiberlusconismo militante mi chiedo da dove tu tragga facili ed affrettate conclusioni e da dove ti vengano certi pregiudizi. Forse, pur avendo così tanta esperienza di vita all’estero, nessuno mai ti chiede notizie di Berlusconi, o forse visto che sei così molesto la tua vita sociale è ridotta all’osso. Ad ogni modo per tua informazione le domande sul Premier sono tra le più gettonate all’estero e, se proprio vuoi saperlo io tendo ad ignorare ciò che disprezzo, dunque non sono decisamente una militante anti qualcosa, non è il mio stile.
    Total: ma perché ci sei venuto e chi ti ci ha chiamato. Se proprio vuoi erudire il mondo con la tua immensa cultura apriti un blog (vediamo in quanti ti leggeranno!) e non scrivere casuali giudizi di fine quadrimestre su quelli degli altri, se questo blog non ti piace, non leggerlo, se invece vuoi contribuire ad aprire degli spunti interessanti di discussione abbandona il piedistallo e torna tra gli umani, in caso contrario non sarai il benvenuto su Lispam e, per l’appunto, ti ignorerò.

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