BELLA SCOPERTA

Mariana Chiesa Mateos, Migrando, Roma : Orecchio Acerbo, 2010

 Due mondi sottosopra, in realtà un mondo solo: il libro si legge a partire da un verso e dall’altro. L’Autrice è una porteña di origini spagnole che ora ha scelto di vivere in Italia, un Albo illustrato, storia senza parole di tante migrazioni diverse legate e separate dal mare, una antologia di “viaggi della speranza”. Le pagine si ribaltano e con loro il punto di vista e di partenza, ma la speranza e le aspettative sono sempre le stesse: trovare un po’ di pace, migliorarsi, essere riconosciuti. Un libro per bambini, apparentemente, che da soli devono cercare le parole per comporre la loro storia sulle immagini, un libro diverso ad ogni “lettura”, con la promessa di sempre nuove storie da raccontare. Dedicato a tutti coloro che pensano che anche gli essere umani sono una specie migratoria…

http://www.orecchioacerbo.com/editore/index.php?option=com_oa&vista=catalogo&id=204

 

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SUL CADAVERE DEGLI EROI

La vulgata vuole che Salvador Allende, dopo uno splendido e tragico discorso alla radio, si suicidò con un  AK-47 regalatogli da Fidel Castro mentre gli aerei americani bombardavano La Moneda. Alcune organizzazioni di sinistra affermano di avere fondati sospetti riguardo al fatto che invece furono gli scagnozzi di Pinochet ad assassinarlo. Dopo una serie di 726 querele il caso si è riaperto ed il cadavere, avvolto nella bandiera cilena, due giorni fa è stato riesumato in gran segreto e sarà analizzata da una commissione interdisciplinare ed internazionale di esperti. Ernesto Guevara, Simon Bolivar, Salvador Allende…c’è sempre maggior bisogno di leggere i messaggi che lasciano i corpi senza vita per comprovare la verità storica affossata dalla paura, dalle false notizie e dall’indifferenza in questa fetta di mondo.

BUEN VIVIR: IDEE, DISCORSI E PRATICHE

Quello del “Buen vivir” è un concetto autenticamente latinoamericano, anzi, ad essere precisi sarebbe più corretto, ma non del tutto, usare l’aggettivo indoamericano. Nella tradizione indigena di Abya Yala, ovvero del continente, invece di vivir mejor si dice buen vivir e l’espressione indica un concetto ben differente. In genere in occidente ci si pone il problema di vivere sempre meglio e godere di una migliore qualità di vita, perciò gli Stati associano la qualità di vita al Prodotto Interno Lordo, che rappresenta le ricchezze materiali prodotte da un paese, indicatore in base al quale i paesi meglio posizionati sono Stati Uniti e Germania. Il Pil presuppone che goda di una buona qualità di vita chi consuma di più e meglio. L’ONU ha recentemente introdotto la categoria ISU, «l’Indice di Sviluppo Umano», in cui vengono inclusi valori come salute, educazione, uguaglianza sociale, sostenibilità ambientale, equità di genere etc. Secondo l’ISU, Cuba è decisamente meglio posizionata rispetto agli Stati Uniti anche se possiede un PIL molto inferiore. Utilizzando l’ISU in cima alla lista si trova il Bhutan, piccolo paese ai piedi dell’Himalaya incastonato tra Cina e India; lo Stato è molto povero materialmente,ma presenta una società molto più equa e meno conflittuale di altre.

Il «vivere meglio» presuppone un’etica di progresso illimitato ed incita a una competizione perpetua con gli altri: per far si che qualcuno «viva meglio» milioni di persone devono «vivere male». Il Buen vivir, impossibile da concepire senza la comunità, ha invece come finalità un’etica del sufficiente per tutti e non solo per l’individuo, presuppone una visione olistica e includente che considera oltre l’essere umano, l’aria, l’acqua, il suolo, le montagne, gli alberi e gli animali, lo stare in profonda comunione con la Terra e le energie dell’Universo, in permanente armonia con tutto. Ecuador e Bolivia hanno incluso il concetto di Buen Vivir nelle rispettive costituzioni come obiettivo sociale dello Stato e di tutta la società. E’ un concetto che inevitabilmente irrompe a contraddire la logica capitalista, con il suo individualismo e la monetarizzazione e disumanizzazione della vita. Lo scenario ideale del Buen vivir è ovviamente la campagna, in cui è più facile sviluppare piccole comunità autosufficienti, ma vi sono molti esperimenti anche in città: assemblee di quartiere, riappropriazione di spazi comuni, orti urbani etc.  Si tratta di una piattaforma, di un insieme di idee in via di elaborazione che si  sta sviluppando nello stesso momento in modi diversi ed in distinti Paesi  per iniziativa di differenti attori sociali: un concetto in costruzione che si modella e conforma ad ogni singola circostanza sociale ed ambientale.  

Sul piano teorico il concetto risulta in opposizione radicale con le basi concettuali dello sviluppo, specialmente riguardo all’ideologia del progresso. Inoltre il Buen vivir si discosta dai discorsi che celebrano la crescita economica o il consumo materiale come indicatori di benessere, i suoi appelli alla qualità della vita passano per altre vie e includono tanto le persone quanto la natura. Infine vi sono già in atto azioni concrete quali progetti politici di cambiamento, piani governativi, quadri normativi e forme di elaborazione di alternative allo sviluppo convenzionale. Le critiche che scaturiscono dalla riflessione sul Buen vivir riguardano la base antropocentrica dell’attuale sviluppo, a causa della quale tutto è valutato in funzione della sua utilità per gli esseri umani, ciò presuppone un cambiamento radicale nel modo di interpretare la natura, difatti in diverse manifestazioni del concetto si trasforma l’ambiente in soggetto di diritti: non è sufficiente promuovere uno “sviluppo alternativo”, essendo questo interno alla stessa visione del progresso, della gestione della natura e delle relazioni tra esseri umani. Secondo le parole dell’antropologo colombiano Arturo Escobar invece di insistere sullo “sviluppo alternativo” si dovrebbero costruire “alternative di sviluppo”. Sulla scia dell’introduzione all’interno delle Costituzioni, si sono sviluppate numerose discussioni costruttive sulle implicazioni del Buen vivir, in particolare i contributi boliviani sul suma qamaña. Le società indigene boliviane hanno una cosmovisione del mondo che chiamano suma qamaña, Andrés Uzeda si chiede se il suma qamaña sia effettivamente una elaborazione indigena genuina o un’invenzione postmoderna degli intellettuali aymara contemporanei, in ogni caso si tratta di un concetto importante scaturito dalla riflessione dei popoli nativi americani ed adattato alle singole realtà con tratti comuni ed eterogenei, poiché non si può pretendere, ad esempio, che l’idea del sumak kawsay dei kichwa dell’Ecuador sia estendibile con successo a tutta l’America Latina ed allo stesso modo, neppure si può riconvertire o riformattare la Modernità in un postmodernismo del Buen Vivir. Eduardo Gudynas, ricercatore del Centro latinoamericano di ecologia sociale di Montevideo ci segnala che é importante inoltre non cadere in un’altra semplificazione: il Buen vivir non si riduce al sumak kawsay o suma qamaña andino in quanto idee simili si incontrano in altri popoli. Anche tra i saperi occidentali esistono posizioni critiche sullo sviluppo, in molti casi emarginate o escluse, che ad un esame attento si rivelano ricerche del Buen vivir, come ad esempio la critica femminista contemporanea. Esistono tradizioni di  Buen vivir anche nelle comunità di afrodiscendenti del Pacifico in Colombia o nei raccoglitori di caucciù dell’Amazzonia. Bisogna guardarsi da un altro pericolo: quello di “modernizzare” il Buen vivir, trasformandolo in una forma accettabile del repertorio moderno occidentale. il Buen vivir deve essere riconosciuto come un concetto plurale, è importante chiarire che non esiste un Buen vivir “indigeno”, giacché la categoria “indigeno” è un artificio che serve solo per omogeneizzare molti e diversi popoli e nazionalità, ciascuno dei quali con la propria concezione del Buen vivir. Tutte queste concezioni, il suma qamaña, il ñande reko, il sumak kawsay, l’ecologia profonda e tante altre si completano tra di loro, mostrano alcune equivalenze e sensibilità convergenti, ed è proprio questa complementarità che permette di delimitare lo spazio di costruzione del Buen vivir che consiste nel riconoscere, rispettare e godere della diversità di saperi e poi riconcettualizzare l’idea occidentale di natura come altro da noi, scomposta in risorse di cui appropriarsi.

Le comunità politiche del Ben vivir non sono composte solo da individui, ma si allargano al non-umano, ovvero altri esseri viventi, elementi naturali e persino soprannaturali. Nonostante ciò il Buen vivir non si limita ad una posizione anti-tecnologica, al contrario, presuppone il fruire dei progressi tecnico-scientifici  senza escludere altre fonti di conoscenza e subordinando quei progressi al principio di precauzione:  uno dei motivi di disputa tra il Buen vivir e le espressioni di sviluppo convenzionale è rappresentato dall’estrattivismo, infatti la posizione del Buen vivir implica il superamento dell’estrattivismo, visto il suo alto impatto sociale e ambientale. Le mete immediate di un programma verso il Buen vivir consistono in due obiettivi primari: zero povertà e zero estinzioni di specie native. La chiave è in un bilanciamento tra conservazione e trasformazione in grado di generare un movimento di cambiamento reale, in cui ogni nuova trasformazione prepari un nuovo passo avanti, evitando la stagnazione e imprimendo un ritmo sostenuto di cambiamento. Iniziative di transizione, orientate specialmente al post-estrattivismo, sono in discussione tra varie organizzazioni sudamericane. Questo insieme di atteggiamenti genera una piattaforma in cui si condividono diversi elementi con uno sguardo rivolto al futuro ed un orizzonte utopico di cambiamento, quali l’abbandono della pretesa di uno sviluppo come processo lineare e la difesa di una nuova relazione con la natura, rifiutando di economizzare le relazioni sociali o ridurre tutto a beni e servizi mercificabili. il Buen vivir definisce qualità della vita o benessere in forme che non dipendono soltanto dal possesso di beni materiali o dal livello di reddito, quali l’importanza assegnata alla ricerca della felicità e del percorso spirituale, predilige infine l’etica al materialismo. Il riconoscimento di valori intrinsechi al non-umano costituisce uno degli elementi più importanti di alternativa alla Modernità occidentale.

http://www.asud.net/index.php?option=com_content&view=article&id=991%3Avivere-meglio-o-lbuen-vivirr&

http://www.ediesseonline.it/catalogo/saggi/buen-vivir

http://www.carta.org/2011/05/buen-vivir-generando-alternative/

http://www.decrescita.it/joomla/index.php/chi-siamo/la-scuola-permanente

AMERICA LATINA A CANNES

Tre sono i film latinoamericani in concorso al 64° Festival Internazionale del Cinema di Cannes, naturalmente è altamente probabile che non li vedremo mai, se non mettendoci sulle loro tracce in sparuti circuiti “alternativi” oppure grazie a qualche piccolo festival dedicato:

Porfirio del colombiano Alejandro Landes: il suo primo lungometraggio di fiction dopo il successo del documentario Cocalero che trattava l’ascesa al potere di Evo Morales.  E’ la storia di un aviatore pirata disabile, molto noto in Colombia, che reclamava giustizia allo stato. Tatto e realismo sono le caratteristiche del film, il personaggio diviene incarnazione del paese stesso: violenza, ingiustizia, paralisi dello Stato.

 Las acacias dell’argentino Pablo Giorgelli: opera prima, un road movie sull’incontro fra un camionista argentino ed una donna paraguayana in viaggio verso Buenos Aires alla ricerca di lavoro con la figlia neonata.

Miss bala del messicano Gerardo Naranjo: è la storia di Laura Zuñiga ovvero Miss Sinaloa 2008 senza nemmeno essersi iscritta al concorso, grazie all’intervento della mafia legata al narcotraffico locale, il film è prodotto da Gael García Bernal.

A SCUOLA DI MORTE

Nata nel 1946, fino al 1984 ebbe sede a Panama nella zona dell’attuale Hotel Melià Panamà Canal. Dal 1963 al 2001 veniva chiamata Escuela de las Américas (School of the Americas) da non confondere con la Casa de las Americas de La Habana. Dal momento che con il passare del tempo questo nome faceva venire la pelle d’oca alla maggior parte dei latinoamericani e di coloro che nel mondo si occupavano a vario titolo di queste aree geografiche, venne poi ribattezzata Instituto del Hemisferio Occidental para la Cooperación en Seguridad. Si tratta di una scuola di Istruzione militare attualmente con sede a Columbus in Georgia. Più di 60.000 militari provenienti da 23 paesi latinoamericani, alcuni dei quali macchiatisi poi di crimini contro l’umanità, conseguirono il diploma in questa singolare scuola. In sintesi si insegna(va)no metodi di tortura, omicidio e repressione a molti aspiranti repressori latinoamericani. Ultimamente abbiamo visto all’opera alcuni zelanti diplomati rendersi protagonisti del Golpe militare in Honduras ai danni di Manuel Zelaya. La sua mission iniziale era diventare uno strumento di cooperazione tra le nazioni latinoamericane e gli Stati Uniti al fine di mantenere un equilibrio geopolitico che contrastasse l’insorgenza di organizzazioni di estrema sinistra all’interno del quadro della Guerra Fredda. Rapidamente si fecero prendere la mano ed in poche parole la scuola divenne uno dei principali strumenti della Dottrina di Sicurezza Nazionale statunitense, secondo cui la politica estera Usa doveva ad ogni costo e con ogni mezzo supportare le forze armate latinoamericane nel garantire l’ordine interno ai paesi, al fine di combattere tutto ciò che poteva favorire o appoggiare il comunismo nel contesto della Guerra Fredda. Nel 1950 venne trasferita, con il nome di Escuela del Caribe del ejercito de los Estados Unidos, sulla sponda atlantica del canale di Panama e fu adottato lo spagnolo come lingua ufficiale per l’insegnamento. La scuola può vantare tra i libri di testo manuali di tortura come il Kubark e fra i suoi docenti nazisti come Klaus Barbie, tanto da venire anche popolarmente definita Escuela para asesinos. Tra i suoi più illustri diplomati possiamo citare Manuel Noriega, dittatore panamense e collaboratore della CIA, Héctor Gramajo, ministro genocida in Guatemala, Viola e Gualtieri, protagonisti del colpo di Stato argentino del ’76, Manuel Contreras, a capo dell’intelligence di Pinochet e Vladimiro Montesinos, responsabile dell’intelligence peruviana durante il governo Fujimori. Durante la presidenza di Jimmy Carter una commissione parlamentare sospese le attività della scuola, che poi vennero riprese  a metà anni ’80 sotto il governo Reagan. La scuola ha più volte cambiato nome e faccia, ma secondo varie organizzazioni umanitarie, fra cui Amnesty International, si tratta solo di cosmesi. Il Venezuela, l’Argentina e l’Uruguay hanno smesso da qualche anno di inviare nuovi cadetti.