Le città in America Latina

La percezione da parte dell’Europa della novità del “Nuovo mondo” fu un aspetto che aprì notevoli problemi di riorganizzazione fisica e mentale dello spazio per il mondo intero. Vista da parte degli indios come strenua resistenza all’invasore, si veda a questo proposito la narrazione dell’incontro tra Pizarro e Atahualpa, la conquista fu per i conquistadores una sorta di saga epica che inaugurava una inarrestabile ascesa verso la gloria e la ricchezza, ovvero il naturale sviluppo delle crociate. Il primo mito da cui fu investita l’America dopo la “scoperta” fu quello della “conquista”.

Nota: Il mito viene qui inteso come rappresentazione ideale o ideologica della realtà, che, proposta in genere da una élite intellettuale o politica, viene accolta con fede quasi mistica da un popolo o da un gruppo sociale

Uno degli aspetti che rafforzò il senso di supremazia degli europei, tramite il quale si organizzarono i rapporti con il nuovo mondo, fu il possesso della scrittura. Questa conoscenza fu uno strumento strategico sia da un punto di vista rappresentativo che tecnologico, poiché riservò agli europei il diritto di raccontare l’identità e la visione del mondo “altro”, interpretandone i significati attraverso le proprie credenze e concezioni. Il contatto con il nuovo mondo provocò processi irreversibili anche per l’Europa, contribuendo ad alimentare il concetto di utopia: l’America venne percepita come il non-luogo per definizione.

La convinzione di aver scoperto un “non-luogo”, uno spazio vuoto, spinse i conquistadores a comportarsi di conseguenza, a non accettare l’esistente: le città precolombiane più importanti vennero rase al suolo e sostituite da nuovi insediamenti. L’immagine della città che avevano gli spagnoli soppiantò qualsiasi precedente locale. Fin dalla loro fondazione le città furono le rappresentanti del potere coloniale e gli avamposti della civiltà al centro di un mondo sconosciuto, quindi ricco di infinite possibilità. Simboleggiarono il trait d’union fra i due mondi, protagoniste di un processo storico latinoamericano che a partire da queste seguì in ogni regione un corso diverso; al loro interno si svilupparono le ideologie e l’immaginario, l’identità di un mondo che andava riscoprendosi. Le città, fa notare José Luis Romero, costituirono tra loro una rete molto stretta, che generò uno specifico tipo di società, di mentalità ed ideologia, che le rese componenti attive nella storia del continente.

Pur tenendo in conto l’arbitrarietà di qualunque periodizzazione, gli studiosi sono più o meno concordi nel distinguere quattro fasi cronologiche fondamentali all’interno della storia delle città latinoamericane: le fondazioni, le città nobiliari delle indie (la colonia), le città repubblicane e quelle moderne.

La lunga esperienza europea di vita cittadina aveva cominciato a produrre modelli urbani ideali che, allontanandosi da qualunque riferimento materiale alle tortuose città medievali, puntavano ad una nuova razionalità edilizia e sociale. Si prendeva spunto da Platone, Aristotele e dagli utopisti come Campanella per mettere in pratica in America tutte queste elaborazioni intellettuali: la città venne ideata in Europa e poi trasferita oltreoceano. La città con le mura, il mercato e la chiesa, sintetizzò ed espresse le nuove forme di dominio; per coloro che arrivarono in America ed intrapresero l’esperienza dell’espansione, che in Spagna e Portogallo era stata la prerogativa della lotta contro gli infedeli, la città divenne uno strumento per ricostituire un ordine: di tipo giuridico e politico sulle persone, ma anche di tipo spaziale, sovrapposto ad una geografia sconosciuta al fine di sottometterla al controllo della ragione e dell’impero.

Inizialmente si costruirono fortini circondati da palizzate per difendersi dagli indigeni e per scambiare con loro i prodotti ed i servizi indispensabili alla sopravvivenza: ne sono esempio il forte Natividad di Colombo e la prima Buenos Aires di Pedro de Mendoza. In seguito si pensò ad edificare dei porti, al fine di mantenere i contatti con la madrepatria: Veracruz, Acapulco, Buenos Aires; infine sorsero spontaneamente altre città nelle zone minerarie, come Potosí. Quasi tutte furono fondate su antichi insediamenti precolombiani non soltanto per ragioni climatiche ed ambientali, ma anche per sancire la presa di possesso degli indios e della terra.

Si trattava di un possedimento più simbolico che reale, per questo l’atto formale della fondazione veniva estremamente enfatizzato: prendere un pugno di terra e colpire il suolo con la spada, rituale mutuato dalla fondazione di Roma, poi la celebrazione di una messa, a sottolineare la sacralità del momento. Eloquentemente simbolica era la stesura dell’atto di fondazione ed il disegno della pianta della nuova città: si sanciva così per iscritto il dominio del territorio e delle persone. Nell’atto venivano anche suddivisi gli appezzamenti di terra fra i nuovi abitanti e stabilito il primo governo municipale.

Nel 1535 nacque Lima, sul suo esempio prese forma la città classica ispanoamericana, poi minuziosamente codificata da un’ordinanza di Filippo II del 1573: tracciato a scacchiera, grande piazza centrale, chiesa, cabildo e sede delle autorità, infine arcate nella piazza e nei dintorni. I porti ed i centri minerari erano le uniche città che, per loro natura, sfuggirono alla pianta detta “damero”.

Con la fondazione della città si attribuivano privilegi particolari ad un gruppo di soldati dell’esercito conquistatore, normalmente di modeste origini oppure hidalgos decaduti venuti a cercare fortuna nel “Nuovo mondo”. Nonostante le umili origini costoro erano portatori di un modello di società e di interpretazione del mondo derivati dall’Europa signorile del tempo, il cui tratto distintivo era lo spiccato etnocentrismo cristiano. La nuova classe dirigente si sforzò di riprodurre con zelo la terra d’origine, basti pensare a nomi geografici come Nueva Espana e Nueva Granada, su uno spazio che consideravano vuoto. Nella città si sperimentarono diversi stili architettonici fin quando non si diffuse un particolare tipo di Barocco ibridato con elementi decorativi tipicamente indigeni.

Nel XVIII° secolo si assistette ad un ingente sviluppo demografico urbano, dovuto alla deportazione di schiavi neri ma soprattutto alla crescita della popolazione meticcia: ciò causò la nascita incontrollata di sobborghi urbani e l’insorgere di problemi pratici come il rifornimento di acqua potabile, l’insufficienza di ospedali e diffuse carenze igieniche. Nonostante i cambiamenti, la società rimase legata ai valori importati dalla Spagna: società duale, altamente gerarchizzata, scissa e fondata sulla conquista, ovvero sull’esistenza di vincitori e vinti.

Le concessioni di un titolo nobiliare, da parte del re ad ogni discendente di conquistadores, crearono un gruppo omogeneo per stile di vita ed ideologia, naturalmente geloso dei propri privilegi. Se da una parte si veniva determinando una cultura popolare sia meticcia che creola e caratterizzata da un forte impulso alla mobilità, dall’altra una nuova ondata di funzionari spagnoli, sistematisi in sfere strategiche del potere, accesero molte polemiche. Questa nuova élite fece pressione affinché la posizione sociale fosse determinata dalla ricchezza e non più dalla nascita, come già accadeva negli Stati Uniti. Lentamente anche l’élite creola, che iniziava a sentirsi responsabile del futuro della società cui apparteneva, si lasciò affascinare dal riformismo borbonico, moderatamente illuminista, e si votò al progresso ed alla modernizzazione.

Il crollo delle monarchie iberiche, la rivoluzione statunitense e quella francese influenzarono notevolmente le società ispanoamericane: l’indipendenza dalla madrepatria divenne un’esigenza, soprattutto per i ceti privilegiati. Le città repubblicane divennero punti strategici in cui si concretizzavano le politiche autoritaristiche dei primi caudillos, come Juan Mauel de Rosas: vi si formavano opinioni e si strutturavano consensi, tramite i giornali ed i caffè frequentati da intellettuali: attraverso questi strumenti si amalgamarono diverse ideologie contrapposte e si discussero importanti questioni, come la condizione giuridica di indios e schiavi neri.

Città e campagna divennero termini radicalmente antagonisti, poiché, come illustra Sarmiento, per la città l’irruzione della campagna equivaleva al caos ed alla barbarie; questa convinzione portò le nuove élite a favorire una politica di espansione della frontiera e di immigrazione dall’Europa, a scapito degli indios.

Dopo il 1870, con il consolidamento degli stati e delle economie nazionali, alcune città come Buenos Aires, si trasformarono in vere metropoli. La considerazione per la ricchezza ed il progresso materiale e la valorizzazione dell’efficienza e della capacità di trasformare la realtà, portarono le élite borghesi ad identificarsi con il positivismo, entusiasticamente accolto in tutta l’America latina. Ordine e progresso furono le parole del momento, al punto da comparire sulla bandiera Brasiliana.

Si assunse un atteggiamento ingegneristico nei confronti della società: ogni cosa al suo posto, con l’educazione, la vigilanza o la repressione. Fra la massa instabile iniziò a prendere forma un proletariato organizzato in sindacati e partiti, che si manifestò nei grandi scioperi di inizio ‘900. Dopo una breve parentesi riformista, il mito del progresso si andò spegnendo a causa degli attriti sociali legati all’entrata in crisi delle economie esportatrici. L’egemonia nordamericana influenzò i costumi ed il modo di vita di tutta la popolazione; si imponeva un modo di vita impersonale e veloce, dominato dalla tecnica e dalla violenza, si andavano costituendo le città di massa.

Bibliografia

Giuseppe Bellini, La letteratura ispanoamericana, Firenze : Sansoni, 1970

Rosalba Campra. “Buenos Aires infundada” in Rosalba Campra ( coord.), La selva en el damero, Pisa : Giardini Editori e Stampatori, 1989

Francesca Cantù, Coscienza d’America. Cronache di una memoria impossibile, Roma : Ed. Associate, 1998

Cristina Giorcelli- Camilla Cattarulla- Anna Scacchi (a cura di), Città reali ed immaginarie, Roma : [s. n.], 1998

Lucio V. Lopez, La gran aldea, Buenos Aires : El aleph, 2000

José Luis Romero, Latinoamérica: las ciudades y las ideas, Buenos Aires : Siglo XXI, 1976

Luis Alberto Romero, “Le città” in Alberto Cuevas (a cura di ), America Latina. Storia e società, Roma : Ed. Lavoro, 1993

Miguel Rojas Mix, América immaginaria, Barcellona : Lumen, 1992

Domingo Faustino Sarmiento, Facundo, Buenos Aires : Centro Editor de América Latina, 1973

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