Le città come spazi letterari

Fin dalla loro fondazione le città latinoamericane furono da una parte simbolo del potere coloniale e dall’altra gli avamposti della civiltà al centro di un mondo sconosciuto e ricco di potenzialità. In altre parole esse furono il trait d’union fra i due mondi, protagoniste di un processo storico che, a partire da queste, seguì in ogni regione un corso diverso; in questi spazi si svilupparono le ideologie e l’immaginario, l’identità di un mondo che, in seguito alla conquista, andava riscoprendosi. Secondo José Luís Romero le città costituirono una rete molto stretta che generò un tipo di società, una mentalità ed una ideologia, divenendo così componenti attive nella storia latinoamericana.

Gli studiosi sono più o meno concordi nel distinguere quattro fasi cronologiche fondamentali all’interno della storia delle città latinoamericane: le fondazioni, le città nobiliari delle indie (colonia), le città repubblicane e quelle moderne.

Coerentemente con la loro drastica decisione di cancellare e negare la realtà americana, gli spagnoli edificarono le città su un ideale modello europeo: le mura, il mercato, le chiese sintetizzarono ed espressero simbolicamente le nuove forme di dominio.

Per coloro che arrivarono in America ed intrapresero l’esperienza dell’espansione, che in Spagna e Portogallo era stata prerogativa della lotta contro gli infedeli, la città divenne uno strumento per ricostituire un ordine: di tipo giuridico e politico sulle persone, ma anche di tipo spaziale, sovrapposto ad una geografia sconosciuta al fine di sottometterla al controllo della ragione e dell’impero.

Quasi tutte le città furono, infatti, fondate su antichi insediamenti precolombiani, non soltanto per ragioni climatiche ed ambientali ma per sancire la presa di possesso degli indios e della terra. Si trattava di un appropriamento più simbolico che reale, per questo motivo l’atto formale della fondazione veniva estremamente enfatizzato. Fondare una città implicava una serie di operazioni rituali: prendere un pugno di terra, colpire il suolo con la spada, tutti atti mutuati dalla leggenda della fondazione di Roma, in seguito veniva celebrata una messa per sottolineare la sacralità del momento, il mandato divino.

Molto eloquente dal punto di vista simbolico era anche la stesura di un atto ed il disegno di un piano edilizio, in cui si sanciva per iscritto il dominio del territorio e delle persone. Nell’atto venivano inoltre suddivisi gli appezzamenti di terra fra i nuovi abitanti e stabilito il primo governo municipale.

Nel 1535 venne fondata Lima, sul suo esempio si diede forma alla città classica ispanoamericana, poi minuziosamente codificata da una ordinanza di Filippo II del 1573: tracciato a scacchiera, grande piazza centrale, chiesa, cabildo e sede autorità, infine arcate nella piazza e nei dintorni. I porti ed i centri minerari furono le uniche città che, grazie alla loro natura, sfuggirono alla pianta a damero . Nella città si sperimentarono numerosi stili architettonici fino a quando non si diffuse un particolare tipo di barocco, ibridato con elementi decorativi apportati dalle maestranze indigene.

Nonostante lo sviluppo demografico e la nascita di sobborghi urbani cui assistette nel XVIII secolo, la società latinoamericana rimase legata ai valori importati dalla Spagna: società duale, altamente gerarchizzata, scissa e fondata sull’esistenza di vincitori e vinti. Con l’andare del tempo però, anche l’élite creola si votò al progresso ed alla modernizzazione (riformismo borbonico).

In seguito il crollo delle monarchie iberiche e la rivoluzione francese influenzarono notevolmente la società ispanoamericana: l’indipendenza dalla madrepatria divenne una esigenza soprattutto per i ceti privilegiati. Con il consolidarsi delle istituzioni e della vita cittadine città e campagna divennero temi radicalmente antagonisti.

Per la città l’irruzione della campagna equivaleva al caos ed alla barbarie; questa convinzione portò le élite, in particolare in Argentina, a favorire una politica di espansione della frontiera, a scapito degli indios e di immigrazione europea. Dopo il 1870, con il consolidamento degli stati e delle economie nazionali, alcune città come Buenos Aires si trasformarono in vere e proprie metropoli. Dopo una breve parentesi riformista il mito del progresso si andò spegnendo a causa degli attriti sociali legati alla entrata in crisi delle economie esportatrici.

Contestualmente in letteratura assistiamo alla nascita del romanzo realista latinoamericano, in cui l’uomo è presentato all’interno del suo ambiente reale. Ciò determina due filoni principali di ambientazione, da una parte quella regionalista, rurale o indigenista e dall’altra quello urbano a cui corrispondono rispettivamente una tendenza sociale ed una psicologica.

Il romanzo urbano trova terreno fertile soprattutto nel Rio de la Plata ed in particolare a Buenos Aires, probabilmente grazie alla sistematica politica di immigrazione ed alla relativa intensa urbanizzazione che trasformano radicalmente la città.

Già con l’indipendenza il genere romanzesco si diffuse rapidamente esaltando la vita locale e le tematiche specificamente americane. E’ il caso della produzione letteraria della generazione del ’30, il cui esponente di spicco, Esteban Echeverría, scrive El matadero (1838-1840), opera in cui emerge una Buenos Aires spaccata dalle lotte fra federali e unitari, in una visione dai toni patetici e manichei, in cui Rosas e i federali sono l’emblema del male e della barbarie. Anche in Amalia di José Marmol la città, seppur colorita ed eterogenea e con forte presenza della comunità nera, si presenta soprattutto come quartier generale del dittatore Rosas, assumendo una connotazione metaforica che persegue uno specifico obiettivo politico.

Con la Gran Aldea (1884) Di Lucio V. Lopez il fulcro tematico si sposta decisamente sulla vita della capitale; l’autore si sofferma sull’evoluzione storica della città: da modesto insediamento a vivace metropoli americana. Ne deriva la cronaca di costume di una Buenos Aires apertasi bruscamente alla modernità, con conseguente rottura di fondamentali equilibri demografici e socioeconomici.

Il moderno romanzo urbano si consacra definitivamente nella Buenos Aires descritta da Roberto Arlt in Los siete locos (1929) e Los lanzallamas (1931), mai prima apparsa tanto autentica. L’autore critica l’accademismo e la letteratura da salotto, contrapponendovi una scrittura aggressiva, che colpisce il lettore per realismo e sincerità. I romanzi che ne derivano ancorano la soggettività alla realtà sociale, creando una inevitabile cesura con la tradizione romanzesca precedente.

Arlt si lancia verso uno sperimentalismo linguistico ed una tematica urbana presto seguiti da un’intera generazione: Leopoldo Marechal (1900-1970), Eduardo Mallea (1903-1982), Ernesto Sábato (1911) e l’uruguayano Juan Carlos Onetti (1909-1994). Il filo conduttore che lega questi scrittori è la passionalità con cui viene dipinta la città attraverso la narrazione: truculenta in Arlt, grave e violenta in Mallea, oscura ed enigmatica in Sábato, mortifera in Onetti. Le contraddizioni e le lacerazioni della città danno luogo ad una rivelazione degli spazi esterni che trova il suo prolungamento nell’immersione tenebrosa negli spazi della coscienza. Buenos Aires si presenta come popoloso paradigma della complessità urbana, simbolo dell’evoluzione storica di tutto il paese. La popolazione produttiva, quasi sonnambula, diviene massa disumanizzata.

Quando, dopo la crisi del ’29, anche le altre città latinoamericane subiscono l’invasione delle masse venute dalle campagne, dei rifugiati e degli immigrati stranieri, divengono anch’esse materia letteraria. In questo senso alcuni studiosi propongono una distinzione fra romanzi che descrivono una città realmente esistente (Sábato, Vargas Llosa), e romanzi che parlano di città immaginarie (Márquez, Onetti); anche se la distinzione a volte non ha contorni netti.

Secondo Maria Cecilia Gragna la proliferazione all’interno dei romanzi di città immaginarie risponde alle esigenze del vecchio regionalismo, elaborate in una nuova chiave: ognuna di queste è la sintesi immaginaria di luoghi che occupano un posto reale e concreto nel continente e costituisce una forma di difesa contro l’omologazione culturale irradiata dalle grandi metropoli ispanoamericane. Ad esempio Macondo di Cien años de soledad viene fondata in uno spazio delimitato ad est dalla sierra, a sud dalla palude, che poteva essere attraversata in 6 mesi, ad ovest dall’acqua in cui vivono le sirene ed infine a nord dalla foresta in cui il mondo diventa “triste per sempre”.

La città è una metafora che mette in relazione una precisa geografia, ovvero Santa Marta e Cartagena, con uno stato d’animo; essa si trova in continuo fermento poiché è intenta ad inglobare o rigettare ciò che viene dal macrocosmo: questo stato di cose dipende dalla sua marginalità, unico elemento costante. Lo scrittore, raccontando le vicissitudini di una immaginaria località periferica, non si limita a narrare la frontiera che separa o unisce Macondo da ciò che non lo è, ma permette di osservare il villaggio sia dall’esterno che dall’interno del sistema che lo emargina. Questa osservazione del mondo al limite fra due spazi o due categorie resta costante fino alla fine del libro e permette che gli avvenimenti si verifichino fra il reale ed il fantastico e fra atteggiamenti e condizioni sempre estremi e contrapposti. Da ciò deriva la cifra stilistica del romanzo, in cui il meraviglioso è raccontato come se fosse perfettamente normale, mentre gli eventi della storia ufficiale, come quello degli operai della compagnia delle banane, sono raccontati con toni di stupito orrore.

Più che ricorrere al mito Márquez ne crea uno: lo spazio mitico di Facondo, in cui costruisce e decostruisce categorie narrative diverse; in esso si mescola la tradizione orale, profetica o apocalittica, poiché in una società marginale l’importanza dell’oralità è vitale. Il mondo è un libro e Macondo condensa i caratteri antropologici di un mondo al margine, una sequenza di parole soggette alla memoria e all’oblio.

Accanto ad ogni città “reale”, che si staglia in tutta la sua concretezza davanti agli occhi ammirati, spaventati o indifferenti dei suoi abitanti, vive una città “immaginaria”, che nasce dal sogno, da una visione utopica, da una promessa di grandezza o da un incubo ossessivo: è la città irreale (o iper-reale) che, trasfigurata dalla mente dell’artista, emerge nella sua mobilità, o terrorizza nella sua alienazione. Anche la città americana, bella e perversa, vergine o prostituta, non è sfuggita a questo destino di fascino e maledizione.

Bibliografia

Roberto Arlt, Los lanzallamas , Buenos Aires : Losada, 1977

Roberto Arlt, Los siete locos , Buenos Aires : Losada, 1958

Francesca Cantù, Coscienza d’America. Cronache di una memoria impossibile , Roma : Ed. Associate, 1998

Esteban Echeverria, El matadero , Buenos Aires 1838-40

Cristina Giorcelli- Camilla Cattarulla- Anna Scacchi (a cura di), Città reali ed immaginarie , Roma 1998

Lucio V. Lopez, La gran aldea , Buenos Aires : El aleph, 2000

Gabriel García Márquez, Cien años de soledad , Buenos Aires : Ed. Sudamericana, 1967

José Luis Romero, Latinoamérica: las ciudades y las ideas , Buenos Aires : Siglo XXI, 1976

Luis Alberto Romero, “Le città” in Alberto Cuevas (a cura di ), America Latina. Storia e società , Roma : Ed. Lavoro, 1993

Domingo Faustino Sarmiento, Facundo , Buenos Aires : Centro Editor de América Latina, 1973

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