I libri tra le nuvole

libynubDai burocrati di quelle parti viene chiamata “pobreza paupérrima“, più che una definizione sembra un’enfatizzazione scherzosa…invece vuole identificare coloro che mangiano una sola volta al giorno, quasi sempre ciò che produce un piccolo appezzamento di terra da loro stessi coltivato. Siamo nella parte nord del Perù, provincia di Cajamarca. Da quelle parti si produce moltissima lenticchia, poi caffè, riso, fagioli, soia e mais, ma i contadini non vengono pagati adeguatamente per i prodotti della loro terra. Circa l’ottanta per cento della popolazione soffre in qualche modo la fame ed il 65% dei bambini è denutrito, in alcuni luoghi si arriva al 20% di analfabetismo; il tutto in una zona che vanta le miniere d’oro tra le più ricche del continente.

Su quei monti ostili e splendidi qualcuno da oltre 40 anni compie un rituale relativamente nuovo che però sa di profonda antichità: la bibliotecaria cammina per portare i libri. Non esiste un luogo fisico chiamato biblioteca, non esistono bibliotecari che catalogano dietro la scrivania ed attendono i lettori. Preparano il loro pacco di libri, lo zaino e si mettono in marcia, sono attivi anziché passivi. Nel frattempo nella provincia vicina un’altro bibliotecario fa la stessa cosa prendendo il cammino inverso, le piccole comunità si scambiano i libri che hanno. Un gesto potente e poetico che acquisisce una forza straordinaria nella reiterazione costante. Questa rete di gesti, azioni e persone prende il nome di Red de bibliotecas rurales de Cajamarca.

Quella servita dalla rete è una comunità rurale e molto spesso i bibliotecari camminatori sono essi stessi contadini, gli obiettivi di questo servizio sono il riconoscimento ed il mantenimento della cultura comunitaria, lo scambio di informazioni tramite i libri, la produzione di materiale bibliografico che scaturisce dalla conoscenza della popolazione, la promozione della formazione di gruppi di lettura, il riconoscimento dei saperi tradizionali e l’appoggio alle attività culturali delle comunità contadine appartenenti alla rete.

Un giorno un regista italiano coglie l’aspetto intensamente poetico e resistente di questa pratica e lo trasforma in un documentario che è un inno alla lettura ed agli abitanti di quei luoghi. In effetti è un regista un po’ particolare: Pier Paolo Giarolo nasce a Comodoro Rivadavia, in Argentina, nel 1970. Ha un diploma di pianoforte al Conservatorio di Vicenza, nel 2006 ottiene la licenza per l’esercizio di Cinemambulante e crea la Outroad cine production, che definisce così: Outroad è una società di produzione. Ha sede in un furgone che si chiama sultappetovolante. Outroad e sultappetovolante pagano le tasse e rispettano i limiti di velocità. Di solito parcheggiamo di fronte al mare a patto che non ci sia tanta gente. Outroad è una società di produzione che usa il pannello solare, fa la raccolta differenziata, diventa un’officina durante le riprese, si trasforma in cinemambulante quando bisogna far cassa. E poi nel furgone ci sono una biblioteca, un pianoforte, una stufa a legna e tanti film da studiare.

Mi pare evidente che l’amore per i libri ed il bisogno di muoversi di Giarolo siano entrati perfettamente in risonanza con il progetto della Red de bibliotecas rurales, ed è forse per questo che il film, che si intitola Libros y nubes, è molto riuscito ed ha vinto il premio Genziana d’argento al 61° Trento film festival. Ora, come al solito, bisogna solo sperare che venga ben distribuito.

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Tina Modotti

200px-Tina_Modotti_-_Edward_Weston, (1)Tinissima: il dogma e la passione, si intitola così il nuovo documentario sulla vita di Tina Modotti prodotto da Cinemazero in collaborazione con il Fondo Nacional para la cultura y las artes (fonca) del Messico.

La regia è della messicana Laura Martinez Diaz. Speriamo che si riesca a vedere un po’ in giro anche qui in Italia!

qui una recensione di Artribune. qui se lo volete vedere in spagnolo.

Rotte pericolose

Della sofferenza delle donne migranti centroamericane che decidono di spostarsi negli Stati Uniti sa parecchio Marcela Zamora, una cineasta salvadoreña di origini nicaraguensi che ha fatto per quattro volte andata e ritorno il tragitto che ogni giorno percorrono migliaia di centroamericani con la speranza di attraversare la frontiera verso il cosiddetto sueño americano. Si tratta di un faticoso viaggio attraverso il Messico di5.000 chilometri, in cui le donne sono sottoposte a qualsiasi tipo di abuso.

Storie che narrano di maltrattamenti e violenze, così queste donne, prima di lasciare i loro paesi, prendono delle precauzioni: molte si iniettano il Depo-Provera, un composto anticoncezionale di un solo ormone chiamato medroxiprogesterona che impedisce il rilascio dell’ovulo per tre mesi con una efficacia che arriva fino al 97%. E’ un medicinale venduto liberamente nelle farmacie centroamericane. Alcuni esperti hanno soprannominato il Depo-Provera l’ “iniezione anti-Messico”.

La maggior parte delle persone che lasciano il Centroamerica per provare ad arrivare agli Stati Uniti sono donne: il 57% dei migranti del Guatemala ed il 54% di quelli di El Salvador e Honduras, secondo il Tavolo Nazionale per le Migrazioni del Guatemala. Marcela Zamora racconta che l’utilizzo di questa iniezione è relativamente nuovo. Nei suoi primi viaggi, Zamora aveva visto le donne portarsi dietro i preservativi, loro unica protezione di fronte agli abusi a cui sono sottoposte dai cosiddetti coyotes o polleros, le autorità messicane o i banditi che assaltano i migranti con sistematicità.

I preservativi sono come amuleti a cui si aggrappano molte centroamericane. “Una donna nella Casa del Migrante del Guatemala aveva nella sua borsa soltanto 12 preservativi”, racconta Argan Aragón, uno specialista in migrazione che ha fatto il tragitto dei migranti e sta facendo un dottorato in sociologia alla Sorbona. “Quando le domandammo perché li portava, rispose: ‘E’ che lo so a cosa vado incontro’. In effetti lo sanno. Si stima che fra le sei e le otto donne ogni dieci sono violentate durante il passaggio in Messico”, assicura Aragón. Conscienti del fatto che non possono evitare di essere abusate, le migranti centroamericane decidono di  iniettarsi Depo-Provera, almeno per evitare la gravidanza. Sebbene questo non le protegga da malattie come l’AIDS, avverte Zamora. La cineasta ricorda che in Chiapas, nel sud del Messico, venne asapere di un uomo che era il terrore delle centroamericane. Probabile portatore di HIV, violentava le donne impunemente. “Commise i suoi crimini per un anno e mezzo”, racconta Zamora, finché le autorità Messicane non lo arrestarono.

Oltre alla tecnica del Depo-Provera, le donne decidono di trovare “maridos” durante il tragitto, continua la regista. Si uniscono a gruppi di uomini migranti come loro, ne scelgono uno e gli propongono un accordo: protezione in cambio di relazioni sessuali durante il tragitto. Altre usano il corpo come lasciapassare per il viaggio. “Il sesso diventa una strategia per loro. Alcune raccontano che pensano di eludere i controlli delle autorità, quelli della polizia, gli assalti, oppure farsi aiutare durante il viaggio o andarsene con un camionista da frontiera a frontiera, in cambio di favori sessuali”, spiega Aragón.

E molte ci riescono, afferma il sociologo. “Molte honduregne portano vestiti sexy per sedurre e superare gli ostacoli. Conobbi una ragazzina molto bella, che viaggiava con un pollero e con l’intera famiglia, che doveva fare la fidanzata di un autoctono in ogni camion affinché la polizia non le chiedesse documenti. Inoltre doveva fare qualunque cosa chiedesse una qualche autorità, e poi si offriva al pollero. Non so come è arrivata a Los Ángeles, se è arrivata, ma questo deve aver alterato la percezione di se stessa e quella dei suoi genitori, in viaggio con lei”, dice Aragón.

I maltrattamenti avvengono anche da parte delle autorità messicane, assicura Sara Lovera, giornalista che ha seguito il fenomeno. “nessuno si preoccupa delle migranti. Soffrono una enorme catena di violazioni ai propri diritti umani, e l’estorsione è una delle cose più terribili: per attraversare il Messico, le autorità vogliono pagamento in natura”, spiega Lovera.

La cineasta Marcela Zamora aggiunge alla lista di vessazioni l’estorsione a cui sono sottoposte dagli Zetas, l’organizzazione criminale messicana che semina terrore in tutto il paese e nel nord del Centroamerica. Gli Zetas, spiega, sequestrano i migranti che attraversano il Messico ed esigono il pagamento da parte dei familiari di somme molto alte, che molti non possono premettersi; se non pagano sono assassinati.

Nel suo documentario María en tierra de nadie, Zamora intervista una migrante che ha subito la cattura da parte degli Zetas. La donna, tra i pianti, racconta alla cineasta che in cambio della vita, le intimarono di lavorare per un mese come cuoca e impiegata di un “carnicero”: “E’ quello che uccide le persone che non hanno nessuno che paghi il riscatto per loro. Prende la gente, la mette in un barile e gli da fuoco, racconta la donna.

“Adattarsi a questa realtà significa ora iniettarsi il Depo-Provera”, dice il sociólogo Argan Aragón. “Di fronte all’assoluta disperazione ed incertezza del viaggio, le donne provano a controllare quel poco che dipende da loro. Le migranti sanno di dover avere relazioni sessuali e che è molto probabile che gli uomini, anche in caso di relazione sessuale senza resistenza, non accetteranno di mettersi il preservativo”.

Traduzione dell’articolo uscito sul Paìs di CARLOS SALINAS MALDONADO

Managua – 14/11/2011