L’Esercizio creativo

FotoGiovenaleCosa c’è di peggio per un lavoratore dell’essere sfruttato? Perdere il lavoro e non essere più sfruttato. Così Gustavo Esteva ci rende lampante il paradosso in cui viviamo: esiste un’invisibile rete che ci reclude in gabbie piene di aspettative e prive di speranza. E’ auspicabile l’abbandono del lavoro come lo concepiamo ancora oggi: è indispensabile mettere in campo le facoltà creative di ognuno perché possa dare un senso a ciò che si fa nella vita.

Esteva è venuto da Oaxaca in Messico, dove ha fondato L’Università della Terra, un luogo frequentato da molti indigeni, in cui chiunque può accedere per acquisire dei saperi e poi applicarli all’interno della propria comunità, senza per forza dover frequentare un ciclo di studi predeterminato. I saperi sono veicolati dallo scambio e dalla convivialità, ed incredibilmente tutto ciò ha grande successo. Gli indios avevano da tempo cominciato a manifestare insofferenza per le scuole create “dall’alto” nei loro villaggi; cacciavano gli insegnanti, non le facevano frequentare dai figli. Si scopre che quello che a scuola viene insegnato è percepito come inutile o dannoso: i ragazzi scolarizzati si distaccano dalle comunità di appartenenza per andare ad ingrossare le fila dei disoccupati o degli occupati subalterni nelle grandi città, senza apprendere i saperi tradizionali. Così nasce l’idea di Unitierra, un luogo di sperimentazione pratica, in cui oltretutto molte delle teorie di Ivan Illich sembrano rivelarsi fondate. Esteva proviene da una famiglia messicana di classe media, è stato vicino ad Illich ed ha portato avanti il suo pensiero, si definisce un attivista deprofessionalizzato ed è stato un Assessore Zapatista durante il periodo degli accordi di San Andrés. Sabato scorso ha tenuto un discorso presso la biblioteca Fabrizio Giovenale, un posto accogliente e di grande bellezza in cui ho messo piede per la prima volta.

Si inizia parlando di crisi, quella che chiama “crisi del modo di produzione capitalista”, basato sullo sfruttamento del lavoro che ora si va tramutando in meccanismo di accumulo e rapina. A suo avviso siamo già in una fase postcapitalista in cui il potere deve inevitabilmente ricorrere alla forza per mantenere il controllo, smantellando progressivamente le forme democratiche dello stato. Di contro il malcontento produce molteplici resistenze, sia di tipo conservatore che progressista.

Esteva fa una distinzione importante fra ribellione, che si oppone ai poteri costituiti, e rivoluzione, che non si occupa più di chi c’è al potere, ma produce un cambiamento reale a prescindere. La rivoluzione non potrà essere innescata, come le precedenti, dall’alto verso il basso, ma al contrario sarà prodotta dal basso, il che è un bene poiché le rivoluzioni passate alla lunga hanno creato solo un aggiustamento dei poteri e non un reale cambiamento. In questo quadro lo stato non può più essere l’agente principale della trasformazione. La sfida è la ricerca di nuove forme di convivenza e di nuove parole per nuovi concetti. In una fase in cui i concetti nuovi sono in formazione e le nuove parole non sono ancora affiorate è molto importante dare rilievo alla percezione artistica: prestare attenzione agli artisti e riconoscere e coltivare in noi stessi i segnali di creatività.

Intanto appaiono all’orizzonte alcuni pilastri di questo nuovo modo di pensare, uno di essi è la Comunità, l’abbandono dell’individualismo e l’assunzione del fatto che l’essere umano è esso stesso relazione: il passaggio dall’io al noi, inteso non come massa ma come sistema di relazioni dirette. L’altro è senza dubbio la Merce, cui si continua a riconoscere l’utilità ma non più il valore.

Esteva fin dagli anni sessanta esamina le caratteristiche della crisi attuale, cercando di identificare i rischi e le opportunità che da essa derivano e di dare forma a nuove opportunità di trasformazione sociale. A suo avviso il rischio più grande è quello di una deriva autoritaria senza precedenti, quella che chiama la Expertocracia fascistoide.

Affrontare dunque lo stato che ci perseguita, ma per prima cosa è inevitabile sopprimere le necessità che ora esso soddisfa, come la sanità e l’educazione pubblica, che sono insostenibili e creano più disuguaglianze di quante ne riducano. Se all’educazione sostituiamo l’apprendimento, come quello che applica il neonato per imparare a parlare o camminare, ci ritroviamo in un sistema di relazione con l’altro, in cui un’altro valore fondante è l’amicizia. Si, lo so, è un salto nel buio, un’apnea, la penso come voi. Per noi che ancora non abbiamo perso proprio tutto forse la traiettoria sarà differente, non lo saprei dire, ma quel che mi pare chiaro è che dipenderà da noi. Una rivoluzione, non un cataclisma, in cui le persone comuni prendono in mano la propria vita e la cambiano radicalmente, assumendo nuovi comportamenti. In questo processo le donne occupano un ruolo fondamentale nella fase di uscita dalla “civiltà occidentale di tipo patriarcale”.

Un discorso importante, pieno di suggestioni e di aperture verso orizzonti possibili, preceduto da un pranzo conviviale all’aperto in una giornata assolata che ha ridestato ottimismo e speranze in tutti i partecipanti ed ha aperto nuove riflessioni. L’iniziativa celebrava il primo anno di vita della rivista Comune-info. Il giorno dopo Esteva ha tenuto un’altra conferenza al Teatro Valle. Mi auguro di poter approfondire nuovamente questi temi in una sua prossima  visita.

Laboratorio America Latina

aaherrerayreissigE’ proprio vero che in questa fase storica L’America Latina, che da qui continuiamo bellamente ad ignorare*, sta diventando un laboratorio sociale e culturale molto importante. Il concetto di escrache è arrivato nella “madrepatria” Spagna, come per la prima volta fece alla fine dell’ottocento il modernismo in letteratura, come ultimamente avevano già fatto il concetto di Bene Comune e Buen vivir  mutuati dalla cultura dei popoli nativi americanima la polizia spagnola ci sorprende, guardate un po’ qui.

 

*Per approfondimenti:

Gianni Minà 
Il Continente desaparecido è ricomparso
Sperling & Kupfer Editori

“Questo nuovo libro con dodici interviste a protagonisti del pensiero latinoamericano e non, che si oppone alla globalizzazione economica, è un tentativo di segnalare una trasformazione in atto in una parte del mondo, quella a sud degli Stati Uniti, che procurerà, a breve, nel pianeta, novità inattese o sorprendenti, anche se l’informazione di moda non ne vuole sapere, o fa finta di non accorgersene.”

Preghiere notturne

Preghiere-notturne

Un libro appagante, che ha le radici nei grandi classici della letteratura ispanoamericana e la leggerezza di un’opera immersa nella contemporaneità, veloce e scorrevole, sebbene parli di argomenti tutt’altro che lievi.
La storia si può a grandi linee dividere in due parti. Nella prima parte scopriamo le vicende ed i moti dell’animo di Manuel, giovane figlio secondogenito di una famiglia della classe media di Bogotà. La sua infanzia è pervasa da una cappa di consapevolezza depressiva: non è un figlio amato, anzi sembra quasi un intruso a malapena tollerato fino a quando sua sorella Juana non riesce a guardarlo per davvero, in profondità. Con lei si creerà il suo unico legame forte, ai limiti della morbosità, di contro ad un resto dell’umanità meschino e inaffidabile. La giovinezza di Manuel conferma questa sua intuizione infantile e lo costringe a mettere a fuoco la pochezza dei suoi genitori. Intanto l’ascesa del nuovo caudillo Uribe fa da sfondo ad un panorama umano desolante a cui solo Manuel assieme a Juana sembrano opporsi rifugiandosi in un mondo segreto, fatto di cinema d’autore, libri e murales abusivi.
Nella seconda parte del libro Juana scompare misteriosamente, un po’ alla volta, senza colpi di teatro, come se la sua coscienza e la sua presenza si dissolvessero sciogliendosi in un liquido. Manuel comincia ad avere dei sospetti ed a cercarla senza sosta. Si ritroverà in carcere a Bangkok, dove incontrerà il Console dell’Ambasciata colombiana a Nuova Dehli, alter ego dell’autore, che si farà coinvolgere nella ricerca della sorella. Da questo momento in poi emerge un po’ alla volta il punto di vista di Juana e la sua vicenda assume contorni sempre più torbidi e inquietanti…
La costruzione del libro è a mio avviso molto efficace, i personaggi sono presentati con maestria, si alternano pagine in cui il Console narra in prima persona la concatenazione di eventi che lo coinvolgono nella storia a pagine in cui Manuel racconta a lui le sue vicissitudini personali che lo hanno portato fino al carcere, ed altre misteriose pagine di un blogger sconosciuto, che solo alla fine del libro sveleranno il loro significato. La storia sembra meno cesellata nella seconda parte, ho trovato un po’ pleonastiche alcune scene in cui il Console partecipa a dei convegni letterari ed un po’ troppo approfondita a discapito della verosimiglianza la confessione di Juana ed il cavilloso racconto dei suoi giorni dal momento della scomparsa. Nonostante questi particolari il libro mantiene sempre un alto di livello di suspance ed è ricco di intelligenti riflessioni e di indagini introspettive che solo la buona letteratura sa capitalizzare. L’autore, Santiago Gamboa, è uno scrittore riconosciuto come uno dei più interessanti del panorama letterario latinoamericano attuale, ha 47 anni e vive tra Roma e Bogotà, ha già al suo attivo diversi romanzi tradotti in Italia: Perdere è una questione di metodo del 1998, Vita felice del giovane Estéban, Ottobre a Pechino, Gli impostori e Morte di un biografo del 2011 (titolo sublime!), edito dalle edizioni e/o come quest’ultimo. E’ doveroso riconoscere alla casa editrice e/o uno speciale merito nel mantenere da anni l’impegno di pubblicare autori latinoamericani di qualità a prescindere dalle mode del momento e dalle infinite tentazioni del mercato editoriale.

Danze del Carnevale di Oruro

and-caporalOruro è una città dell’altipiano boliviano, il cui nome deriva da una lingua indigena e significa “centro della terra”. Ospita il secondo carnevale più importante dell’America Latina dopo quello di Rio de Janeiro. Il Carnevale di Oruro è stato proclamato nel 2001 dall’Unesco Opera maestra del Patrimonio Orale e Intangibile dell’umanità. A parte il desfile, si tratta di una festa assai diversa da quella carioca, che siamo abituati a vedere in televisione. E’ allo stesso tempo una celebrazione religiosa ed il risultato di un processo sincretico ed interculturale: la festa di Ito della civiltà Uru, di epoca precolombiana, venne progressivamente trasformata in un rituale cristiano di devozione alla Vergine del Socavón. Tipiche di questa festa sono le numerose danze con cui si accompagna la sfilata: Caporales, Tinkus, Incas, LLamerada, Kullawada e soprattutto Diablada e Morenada.
La Morenada o Danza de los Morenos sembra sia originaria proprio di Oruro. Le sue origini risalgono ai tempi della colonizzazione, quando gli schiavi africani comparvero in città. Intorno alla metà del ‘500 a Potosì sfilò una fastosa processione di schiavi e dei loro padroni, i nordafricani e gli etiopi erano associati al mondo musulmano, l’immagine degli schiavi africani e dei mori nell’immaginario andino inevitabilmente si sovrappose. Stando alla cronaca di Guamán Poma de Ayala gli schiavi erano imbroglioni, ladri, ubriaconi e molestavano con frequenza le donne indigene, ma riconosce anche che le pessime condizioni di vita e la cattiva alimentazione non lasciavano loro molte altre scelte. Dapprima solo gli indigeni partecipavano alla danza travestendosi da neri, poi progressivamente divenne un’espressione condivisa da tutte le etnie e le classi sociali della città.
Nella danza i caratteristici passi dei neri che pigiano esageratamente la terra sono relazionati con il pestaggio dell’uva, poichè gli schiavi erano stati trasferiti nella zona per il lavoro nei campi. Le maschere accentuano i caratteri somatici con occhi che escono dalle orbite e labbra grosse con la lingua di fuori, a simboleggiare la fatica degli schiavi. Il caporale è il capo delle truppe dei morenos, detto anche Re Moreno o Super Achachi, porta una corona dorata e sembra sia una delle maschere più antiche della danza; rappresenta la conservazione della storia e della tradizione orale ed è il personaggio principale della danza.
mdiablo088La diablada è la danza simbolo del Carnevale di Oruro, rappresenta il confronto tra le forze del bene e quelle del male. Secondo uno studio effettuato proprio dall’Unesco, questa danza ha le sue radici nei rituali ancestrali Uru, in particolare nella danza chiamata Llama llama tipica della Festa dedicata al dio Tiw, protettore delle miniere, dei laghi, dei fiumi e delle caverne, di cui Oruro era il principale centro religioso. Il rituale si consolida attraverso un lento processo storico che abbraccia diversi secoli, dalla fine del ’700 al 1944. La danza progressivamente si trasforma da rito peculiare degli indigeni minatori a manifestazione folklorica di tutta la società di Oruro. Nel ‘44 i gruppi di “comparsas de diablos” vengono definiti Diabladas. La prima “Diablada” nasce però nel 1904 con il nome di “Gran Tradicional Auténtica Diablada Oruro”. Si definiscono musiche, costumi, coreografie e trame. Un’altra teoria fa risalire le origini della danza ad un rituale Aimara in onore della Pachamama, divinità protettrice che rappresenta la terra e la fecondità. Ma alcune fonti riportano invece che gli abitanti aymara vedendo gli Uru mascherati li avrebbero chiamati llama llama. Sicuro è che con l’evangelizzazione gli Uru continuarono le proprie tradizioni di nascosto, ne venne fuori un singolare sincretismo in cui il dio Huari, el Tio, si nascondeva dietro il Diavolo pentito dei suoi peccati e convertitosi in devoto alla vergine di Socoyan. Le festività native furono proibite in tutto il paese durante il Viceregno ad esclusione proprio di quelle della città di Oruro, in seguito anche in città si adattarono alle tradizioni cristiane and-diablotrasformandosi nel Carnaval de Oruro. Una leggenda racconta la storia del Dio Wari che in lingua uru vuol dire anima: mentre ascoltava gli Uru venerare Pachacamaj, rappresentato da Inti, si vendicò inviando formiche, lucertole, rospi e serpenti, considerati sacri. Ma gli Uru furono protetti da Ñusta, mutato in condor, che trasformò le creature nelle colline sacre sui quattro punti cardinali di Oruro ( “Sagrada serranía de los urus”), formando così un anfiteatro naturale che divenne centro di pellegrinaggio. Gli animali che compaiono nella leggenda sono rappresentati da altrettante maschere del Carnevale. Molte fonti riportano che i diablos, protagonisti di questa danza, rimpiazzerebbero i morti disseppelliti dalle tombe di antichi rituali preispanici, diventando i mediatori tra il popolo e la Vergine, destinataria delle cerimonie. Il saggio del 1961 sulla Diablada della storica ed etnomusicologa Julia Elena Fortún intitolato La danza de los diablos, stabilisce una relazione fra la diablada ed alcune danze tipiche della Catalogna (Ball de diables e Els sets pecats capitals).
chinasupay084La danza narra della lotta fra l’arcangelo Michele e Lucifero, la diavolessa China Supay ed altri diavoli li accompagnano, alcune teorie ritengono che la danza sia stata influenzata dall’introduzione nelle zone andine degli autos sacaramentales, un tipo di teatro sacro di provenienza spagnola. Una leggenda racconta che durante il sabato di carnevale del 1789 un bandito di nome Anselmo Bellarmino soprannominato Nina-Nina o Chiru-Chiru venne ucciso in un agguato e prima di morire ebbe la visione della Vergine della Candelaria. L’immagine della Vergine a grandezza naturale apparve miracolosamente anche nella casa del bandito dopo la sua morte. L’anno seguente una truppa di diavoli danzarono in onore della Vergine durante il carnevale. Lo studioso Max Harris ritiene che questa leggenda potrebbe essere connessa alla ribellione di Túpac Amaru II. Le musiche più antiche che accompagnano la danza sono del XVII secolo: suoni intensi e metallici delle trombe e dei contrabbassi mischiati agli strumenti aerofoni autoctoni.
Il sabato, proprio oggi, si realizza la fastosa entrata del Carnevale, in cui i gruppi folklorici si cimentano in spettacolari e complesse coreografie. E’ il giorno centrale della festa, chiamato anche sabato di pellegrinaggio. Per maggiori informazioni rimando al documentario del MUSEF,  Museo nazionale di etnografia e folklore boliviano.

Tina Modotti

200px-Tina_Modotti_-_Edward_Weston, (1)Tinissima: il dogma e la passione, si intitola così il nuovo documentario sulla vita di Tina Modotti prodotto da Cinemazero in collaborazione con il Fondo Nacional para la cultura y las artes (fonca) del Messico.

La regia è della messicana Laura Martinez Diaz. Speriamo che si riesca a vedere un po’ in giro anche qui in Italia!

qui una recensione di Artribune. qui se lo volete vedere in spagnolo.

Oltre il corteo: l’escrache

videla.jpgsexaku

Sembrerebbe che il verbo “escrachar” derivi dal lunfardo, l‘escrache è citato già nel 1879 come una truffa legata ad un falso biglietto vincente della lotteria, oppure potrebbe provenire dal dialetto genovese o infine dall’inglese to scrach, grattare.

A metà degli anni ’90 l’associazione dei figli dei desaparecidos HIJOS utilizza il sostantivo “escrache” per dare nome alla propria forma di lotta, nel periodo in cui i condannati del Proceso de Reorganización Nacional avevano goduto dell’indulto concesso da Carlos Menem. Si tratta in sintesi di manifestazioni organizzate presso i luoghi di residenza dei militari colpevoli di genocidio: mediante slogan, canti, musica, rappresentazioni teatrali, la comunità del quartiere viene avvisata che al suo interno vive un feroce assassino.

Fino a quel momento i figli dei desaparecidos avevano portato in silenzio, accompagnati da paure e vergogna la propria condizione, da allora invece decisero di esprimerla pubblicamente accettando e rivendicando un’identità sia individuale che di gruppo. Prima di questo evento HIJOS aveva creato una Comisión de hermanos che aveva l’obiettivo di recuperare l’identità dei cinquecento bambini e bambine sequestrati dai militari. Tra loro si cominciarono a considerare fratelli, in quanto figli di una generazione che aveva cercato di lottare per un mondo migliore e per questo era stata annientata. HIJOS si definisce come una “costruzione affettiva e politica”, così come le Madres de Plaza de Mayo, la loro è una comunità completamente intrisa della dimensione affettiva e questo ne marca le differenze con qualsiasi altra comunità che lotta per una causa motivata da interessi comuni.

Nel ’96 cambia il clima all’interno della società argentina e ciò provoca un profondo mutamento nel modo di pensare di molti settori sociali. Un anno prima infatti il capitano Adolfo Scilingo aveva reso le sue scabrose dichiarazioni alla stampa. Era la prima volta che si veniva a sapere per bocca di un boia ciò che fino ad allora proveniva solo dalle testimonianze delle vittime. Dopo Scilingo nessuna persona in buona fede poteva ammettere che non fosse stato commesso un genocidio durante la dittatura. Inoltre i gruppi di ragazzi confluiti in HIJOS avevano portato avanti un lavoro di analisi individuale e collettivo assieme a gruppi di psicologi in diverse aree del paese.

Dopo i primi tentativi che consistevano in rapidi flash mob a cui partecipavano un gruppo sparuto di attivisti leggendo un comunicato e tirando vernice sulla porta di casa dell’escrachado, efficaci dal punto di vista mediatico ma poco amalgamati con il tessuto sociale del vicinato, si comprende molto velocemente che l’escrache è efficace e duraturo solo se lavora per ottenere consenso nel quartiere. “Che il carcere siano i vicini” dice la Mesa de escrache popular. Si parla con i vicini, si fa volantinaggio, poiché l’obiettivo non è più la richiesta di un processo allo Stato, ma la costruzione comunitaria della condanna sociale. Così l’escrache assume la forma di una festa creativa che cerca di superare l’impotenza, diventando a sua volta un generatore di potenza che attiva la comunità. HIJOS vuole che l’escrache non abbia un proprietario bensì che la gente stessa se ne impossessi perché “tutti siamo figli della stessa storia”. Nell’escrache i tempi della protesta si intrecciano a quelli del carnevale e del teatro al fine di ricreare il tessuto sociale e risvegliare il senso di comunità annientati dalla dittatura. Sorge un nuovo modo di fare politica, accompagnato da una nuova forma estetica che rompe definitivamente con la protesta tradizionale del corteo. Una nuova visione politica che non è focalizzata sull’annichilimento dell’avversario, ma sull’espulsione dei criminali, non chiede ma denuncia mettendo in scena un atto liberatorio e catartico che di per se stesso riconfigura simbolicamente gli equilibri senza aspettarsi più un intervento  super partes. Questa organizzazione non separa dunque gli obiettivi dai metodi di lotta. L’unità fra quello che fanno e quello che sono elimina la divisione tra fini e mezzi e tra soggetti e forme di lotta.  In America Latina i gruppi come Madres, HIJOS, le comunità indigene, i sem terra, le organizzazioni cristiane di base sono caratterizzati dall’autoaffermazione, dal rendere visibili alla società nuovi soggetti e si trovano a lavorare per separare gli aspetti oppressivi della cultura popolare da quelli emancipativi. Sono gruppi comunità in cui le persone non sono mezzi ma scopi, pertanto il carattere etico resta fondamentale. Il gruppo di Madres occupa da decine di anni uno spazio pubblico in maniera permanente, la Plaza de Mayo, e se ne appropria anche in maniera simbolica: le ceneri di molte madres sono state disperse su quella piazza per loro volontà. Il ruolo giocato dall’aspetto affettivo permette loro di andare oltre ciò che è strumentale e trovare una sintesi senza separare il personale dal politico, il dolore viene trasformato in argomento. E’ probabilmente grazie alla tenacia di questi gruppi che si sono formati per necessità e per affetto, che la mobilitazione sociale in argentina ha assunto una ricchezza ed una grande partecipazione nelle forme di lotta ed è diventata un modello a cui guardare per i movimenti che in tutto il mondo si sono formati in seguito alla crisi del 2008. Per ulteriori approfondimenti è opportuno e doveroso il rimando a Raùl Zibechi, a cui devo molte delle informazioni presenti in questo post, ed in particolare al libro uscito nel 2003 anche in italiano dal titolo Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento (casa editrice Luca Sossella).